C’ERANO ANCHE SESTO GIOVANE E TAVERNA DELLA COSTA !!!

Tra i tanti centri e località che contribuirono alla formazione dell’odierna Villasanta ci furono anche i Comuni di “Sesto Giovane” e “Taverna della Costa”.
Qui andiamo a scoprire le origini e gli sviluppi di queste due parti del nostro territorio che ci riservano non poche sorprese e curiosità.

Tra i tanti toponimi della Villasanta antica che ci sono pervenuti fino ad oggi, alcuni ci sono tuttora famigliari e ricorrenti: La Santa, San Fiorano e Sant’Alessandro. Meno noti ci risultano invece altri nomi che indicarono per secoli parti, anche se poco estese, del nostro attuale territorio. Ci riferiamo in particolare ai due toponimi di “Sesto Giovane” e di “Taverna della Costa” (o Costa Taverna) dei quali approfondiremo le origini e l’evolversi della storia sino al loro esaurirsi alla fine del 1700.
Nell’esposizione di queste vicende conviene del resto partire proprio da questa data e, in un percorso a ritroso, conoscere la storia di queste due piccole località “Villasantesi”.

Partiamo allora dalla già nota Tavola dei Comuni che abbiamo estrapolato dalle mappe del Catasto Teresiano dei primi del ‘700.

Gli estensori del tempo identificarono nel territorio di Villasanta l’esistenza di ben 5 Comuni (oltre ad un pezzo del territorio di Concorezzo): La Santa di Monza, Villa San Fiorano, Sant’Alessandro e appunto Sesto Giovane e Taverna della Costa. Sotto questi toponimi venivano identificati dei Comuni autonomi e distinti, anche se, come vedremo, con ben differenti pesi e complessità amministrative.

Va subito detto che fu proprio con l’imponente azione riformatrice intrapresa dal governo austriaco nel secolo XVIII che iniziò il processo di accorpamento di tutte queste minuscole entità locali, tanto che alla fine di quel secolo ritroveremo nel territorio due sole comunità amministrative: la frazione La Santa di Monza e il Comune di “Villa San Fiorano ed Uniti” (che accorpò infatti tutti gli altri enti prima presenti).

Proviamo allora a ripercorrere le vicende di questi due Comuni fino alla fine del 1700.

 

SESTO GIOVANE

Questo Comune occupava l’estremo lembo di Nord Est del nostro territorio, giusto al confine con Arcore. Le sue dimensioni erano ben ridotte ed era costituito essenzialmente dal nucleo dei mulini sul Lambro che qui si trovavano fin dal 1300 (1).
L’altra caratteristica peculiare di questo angolo dell’antica Villasanta era costituita dalla presenza non solo del Lambro ma anche di ben tre rogge :

. la Roggia Ghiringhella, che nasceva dal Lambro poco a monte in territorio di Arcore (Molinetto);

. la Roggia Gallarana, che nasceva, sempre dal Lambro, proprio in corrispondenza dei mulini (anche loro di proprietà dei Gallarani);

. la Roggia molinara, che usciva dal Lambro per rientrarvi subito a valle dopo aver mosso le pale dei mulini.

Il territorio del Comune di Sesto Giovane nelle mappe del catasto Teresiano del 1721

La consistenza “amministrativa” di questo Comune doveva essere ben evanescente se non quasi del tutto assente. Gli stessi estensori delle rilevazioni sul campo per i lavori del Catasto nel 1755 evidenziano come “ …. non si è rilevato tal comune in altre carte fuori della moderna Notificazione del Personale” (Quest’ultima era costituita dalle autodenunce dei possessori di beni e redditi. In questo caso si trattava dei due mulini in Sesto Giovane allora del Marchese Casnedi e della casa Borromeo). Non vennero rilevati registri fiscali o altri documenti attestanti una benché minima attività amministrativa.
Ma allora da dove arrivava l’individuazione di questo Comune? E a cosa si rifaceva il suo nome “Sesto Giovane”? Esisteva forse un Sesto … Vecchio od Antico? E il numerale Sesto a cosa si riferiva? Non al ricorrente numero degli antichi miliari romani (qui siamo al dodicesimo miglio da Milano)! O al sesto di una serie di mulini sul Lambro? Niente di tutto questo!
Come vedremo le sue origini arrivano da fonte inaspettata.

I PRIMI DOCUMENTI

Il più antico documento nel quale ritroviamo la citazione di questo sito è del 1421. E’ il contratto d’affitto di beni e terreni del Monastero di S.Martino di Arcore a certo Baldassare de Bernadigiò (Bernareggio). I possedimenti oggetto del contratto comprendono circa 100 pertiche di terreno, una casa e due mulini diroccati. Vengono descritti come prossimi al Lambro e a San Giorgio (pieve di Desio). In particolare si parla di un “prato grande” (alla cui estremità settentrionale si trovavano i due mulini)  collocato in “curie de Sexto, pieve di Vimercate”.
Questa stessa localizzazione la ritroviamo più di cento anni dopo in un documento del 1555 attestante il passaggio dal suddetto Baldassare alla famiglia Gallarani nell’affitto di questi mulini e dei prati circostanti. Non sappiamo la data di questo trasferimento ma è probabile che quando i Gallarani a fine del 1400 attivarono la roggia Gallarana in località Sesto Giovane avessero già la disponibilità di questi beni.
Abbiamo dunque questa prima testimonianza del toponimo di “Sesto” ad indicare questo pezzo di territorio in prossimità del Lambro, tra Arcore e San Giorgio. Non a caso del resto questo Sesto viene qui collocato nella Pieve di Vimercate (e non di Monza) da cui dipendeva anche Arcore.

I mulini di Sesto Giovane nella Carta del Barca del 1615

MA DI QUALE “SESTO” STIAMO PARLANDO?

I successivi testi nei quali troviamo ulteriori citazioni di questa località oltre a segnalarci una continuità della sua presenza ci hanno posto qualche problema.

Particolare del “Libro delle Annate” del 1593 con la segnalazione della presenza dei mulini dei Gallarani a Sesto Giovanni.

In ordine di tempo facciamo primo riferimento ad alcune copie settecentesche dei “Libri delle annate dei mulini” dell’anno 1593. Si tratta dei registri dove venivano certificate le imposte che i proprietari pagavano per i loro mulini. Sotto il riferimento alla famiglia Gallarani, tra gli altri, si cita un mulino sito “nel territorio di Sesto Gioanni, Corte di Monza” sul fiume Lambro. A questo punto si è chiaramente aperto un interrogativo non da poco: siamo in presenza di quei beni dei Gallarani già individuati ad inizio del ‘500 presso il “Sesto” di nostra competenza o si tratta di altro mulino che questa ricca famiglia possedeva nel territorio del più noto Sesto S. Giovanni (attraversato anch’esso dal Lambro)?

Alcune prime ricerche in merito alla dislocazione delle proprietà dei Gallarani a quel tempo non ci hanno aiutato a sciogliere il dubbio.

A complicare le cose hanno poi contribuito le ulteriori documentazioni riportanti le tracce del “Sesto” qui oggetto della nostra indagine.
Nel 1609 e a seguire nel 1610, prima l’ingegnere camerale Bisnati e poi il questore Casati svolgono una ispezione per conto del Presidente del Tribunale delle Entrate Straordinarie di Milano lungo tutto il corso delle rogge Gallarana e Ghiringhella. Si deve infatti dirimere un annoso e aspro contenzioso tra gli utenti (per lo più monzesi) delle acque del Lambro a valle delle bocche delle due rogge (praticamente da Sesto Giovane in poi) e i proprietari delle stesse rogge, le famiglie Gallarani e Ghiringhelli. Il problema nasceva dal fatto che il Lambro, dopo la deviazione delle acque in queste rogge, restava spesso con una portata decisamente ridotta, tale da lasciare all’asciutto gli utenti a valle. Tra i molti siti visitati dai due incaricati si citano anche i “mulini dei Gallarani” presso la bocca della Gallarana. In questo caso siamo chiaramente in presenza dei mulini di “Sesto Giovane”, dove appunto si trovava la chiusa che alimentava la bocca della roggia Gallarana. Ma nel verbale del 1609 i mulini si dicono “in territorio da per se, corte di Monza” e in quello del 1610 “in territorio da se stesso” corretto in “territorio di Sesto”. Siamo quindi in presenza di una terza indicazione, per quanto poi corretta in “Sesto”: quella cioè di un territorio a se stante, autonomo da altri comuni quali potevano essere Villa San Fiorano o Arcore, ma quasi senza una sua chiara denominazione.

Sesto Giovane nella mappa degli Astronomi di Brera del 1788

Non ci aiutano a dare una risposta definitiva neanche i successivi documenti rintracciati.
Nel 1619 Federico Gallarani dichiara al Magistrato delle Entrate Straordinarie di Milano di possedere sul Lambro tre mulini di cui due “nel territorio di Sexto Giovani, Corte di Monza”. Sempre nel 1619 lo stesso Magistrato impone agli utenti della roggia Gallarana una serie di interventi di rifacimento e manutenzione sul corso d’acqua e sui manufatti che lo governano. Fra i tanti lavori previsti si prevede la riparazione della chiusa sul Lambro che alimenta la bocca della roggia “nel territorio di Sesto Giovanni, Corte di Monza”. Nel riparto poi delle spese tra gli utenti della roggia per queste manutenzioni la bocca è addirittura detta “nel territorio di Sesto Calende, Corte di Monza”.

L’ultimo documento sopra citato apre quindi ad ulteriore confusione. Se prima la collocazione di questi mulini nel territorio di Sesto Giovanni poteva anche avere una sua verosimiglianza in quanto collocati sul Lambro e attraversando questo fiume il territorio dell’attuale Sesto San Giovanni, la cosa cambia se si parla della roggia Gallarana. Questa infatti di sicuro non ha nulla a che vedere con il territorio di Sesto San Giovanni e allora la bocca di questa roggia (dove si trovavano quei mulini dei Gallarani) come può essere collocata “nel territorio di Sesto Giovanni, Corte di Monza”?
Altrettanto possiamo dire per un ulteriore documento del 1686. I Gallarani contestano al Regio Fisco di Milano l’imposizione di alcune tasse su di un loro mulino sito “in territorio della Santa, ovvero di Sesto Gioanni, Corte di Monza”. Anzi ci tengono a precisare, in successiva comunicazione, che il loro mulino non si trova alla Santa bensì nel “territorio di Sesto Giovanni”.
O qualcuno a suo tempo prese un abbaglio o ci deve essere un’altra spiegazione!

ERA PROPRIO SESTO SAN GIOVANNI!

Per riuscire a districare questa confusione siamo dovuti arrivare a consultare la documentazione relativa al Catasto Teresiano del comune di Sesto San Giovanni.

Nell’Agosto del 1720 il Sindaco, con la collaborazione del Console e di cittadini di questo Comune, in ottemperanza ad una Grida della Giunta del Censimento, delimita il territorio del Comune e ne traccia in modo accurato i confini. Il passaggio chiarificatore di nostro diretto interesse è il seguente: “ Di più notifico come sotto il suddetto Comune di Sesto Giovanni Corte di Monza, due mulini attacco discosti da sei miglia in circa dal corpo del suddetto Comune di Sesto, in vicinanza al Comune della Santa e di Villa S. Fiorano, però abbiamo piantato li suoi termini nel suddetto luogo …”.
Si viene così finalmente a capo della confusione relativa al nome di questa località e alla collocazione di questi due mulini.

Particolare della dichiarazione del Sindaco di Sesto San Giovanni del 1720 sui confini del suo comune

In effetti la loro indecifrabile indicazione “nel territorio di Sesto Giovanni” era invece corretta, in funzione del rappresentare essi e tutto questo pezzo di territorio di “Sesto Giovane” una sorte di enclave del Comune di Sesto San Giovanni in terra brianzola. I mulini e i loro fittavoli erano inscritti nei libri tributari e anagrafici del Comune di Sesto San Giovanni.

 La situazione un po’ anomala di questa “colonia” sestese a sei miglia dal comune d’origine arriva però a termine proprio con l’azione di riordinamento comunale della Riforma Teresiana che nel 1757 sancisce l’attribuzione del territorio di “Sesto Giovane” al comune di Villa San Fiorano, sottraendolo a Sesto San Giovanni.

Sesto Giovane nella mappa del Parco di Monza di G.Brenna del 1848

Questa vicenda ci da anche ragione delle origini del nome di Sesto Giovane. “Sesto” è direttamente mutuato dal nome del comune d’origine, mentre “giovane” sembra proprio essere una rimodulazione del nome Giovanni (o Gioanni) quando la località non poté più essere individuata appunto come “Sesto Giovanni”.
Resta un quesito di fondo al quale non siamo riusciti finora a dare risposta: come mai questo lembo di terra sul Lambro (con i suoi mulini) divenne parte del comune di Sesto San Giovanni? Quali lontani accadimenti portarono alla costituzione di questa dipendenza dal comune sestese? Le nostre ricerche in ambito della storia di Sesto non ci hanno fornito alcun indizio. Possiamo pensare a ragioni legate agli interessi di antichi proprietari sestesi di questi beni (antecedenti al 1300) che ne rivendicarono l’appartenenza al loro comune di residenza.

LE ALTRE NOTIZIE

Sui diversi casi e vicende di Sesto Giovane non abbiamo altre informazioni degne di nota. Come già detto, la sua storia coincide essenzialmente con quella dei due mulini qui collocati e delle rogge che lo attraversavano e a quelle rimandiamo in altra sede del sito (2).  I primi “sestesi” di cui abbiamo documentazione sono i “molinari” Radaello (Carlo e Antonio) che lo Stato delle Anime della parrocchia di Santa Anastasia del 1674 colloca appunto presso i mulini dei Gallarani. Con la seconda metà del ‘700, come visto, Sesto Giovane venne definitivamente aggregato al Comune di “Villa San Fiorano ed Uniti” e la sua storia si legò a quella del nuovo comune di riferimento. Dobbiamo dire che il toponimo accompagnerà  per sempre la denominazione di questa località che ritroviamo anche nell’odierna toponomastica con la “via Molino Sesto Giovane”. Ad esempio nel 1848 i Conti Mellerio (allora proprietari di vasti possedimenti in Villasanta) chiesero il permesso di poter ricostruire “… la chiusa di San Giorgio sul Lambro nel comune di Sesto Giovane frazione di Villa Fiorano ….” (se ne vedono le tracce sul Lambro all’altezza dell’attuale Centro Ippico Monzese).

Sesto Giovane in alcuni dettagli delle mappe aggiornate del Catasto Lombardo-Veneto del 1890

TAVERNA DELLA COSTA ( O COSTA TAVERNA)

La prima particolarità di questo antico comune subito evidente dalla sopraesposta Tavola dei Comuni, è indubbiamente data dalla sua strana dislocazione sul territorio. Siamo cioè in presenza di due distinte parti completamente separate tra di loro. Cosa ancor più curiosa se si considera il ben scarso sviluppo territoriale di questo comune. A tal proposito possiamo subito dire che il suo nucleo originario fu rappresentato dall’insediamento più occidentale dei due, che oggi possiamo delimitare in un quadrilatero tra le vie Garibaldi, Mazzini, Leopardi e la roggia Ghiringhella. L’altra parte più orientale, che si incentra intorno alla Cascina Recalcati, molto probabilmente rappresentò un aggregazione successiva, dovuta agli interessi dei Marchesi Recalcati dal 1600 divenuti proprietari di entrambe queste porzioni di territorio villasantese. La ridotta consistenza di questo comune si concretizzava praticamente in due soli insediamenti: il nucleo abitato nell’angolo formato dalle odierne vie Garibaldi e Mazzini e successivamente la Cascina Recalcati.

Il territorio del Comune di taverna della Costa nelle mappe del Catasto Teresiano del 1721

LE ORIGINI DEL SUO NOME

Da dove prese origine questo nome decisamente originale e per certi versi evocativo?

Per quanto riguarda il termine “Costa” siamo in presenza di un toponimo ricorrente in Brianza (Costa Raverio, Costa Lambro) con il quale si indicava la porzione di territorio sopraelevata che faceva da costone al fiume Lambro. Nel caso di Villasanta questa linea che segnava (e segna tuttora) il dislivello tra il piano e la valle più incassata in cui scorre il Lambro passa lungo tutto l’asse viario centrale del paese. Non a caso dal fianco occidentale delle vie Mazzini e Confalonieri (ma anche della Vittoria) si arriva al vicino Lambro per strade chiaramente in discesa. Il riferimento dunque a questa “Costa” è chiaro e ben identificabile.
Più originale invece l’interpretazione per l’altro nome di “Taverna ”, per lo meno per la versione che appare più verosimile. Dobbiamo dire che in un primo momento ci eravamo orientati verso un collegamento con la nobile e famosa famiglia dei Taverna. Ma le ricerche svolte nel ricco Fondo della famiglia presso l’Archivio di Stato di Milano non hanno evidenziato la presenza di loro possedimenti in questo territorio. I loro beni più vicini a noi si attestano nell’importante proprietà della Canonica di Lesmo. Abbandonata così questa nobile e illustre traccia, l’unica alternativa apparsa credibile è risultata decisamente più prosaica e popolare. In termini strettamente letterari eravamo cioè in presenza proprio di una “taverna o osteria” di cui abbiamo antica traccia collocata in via Garibaldi d’angolo con via Mazzini.

Particolare della mappa teresiana del 1721 con l'incrocio tra le attuali via Mazzini e Garibaldi. A destra della linea rossa di confine c'era il territorio di Taverna della Costa, a sinistra quello di Villa S.Fiorano

A sostegno di questa ipotesi può valere anche la considerazione che tra le due versioni della sua denominazione, “Taverna della Costa” o “Costa Taverna”, la prima appare decisamente più ricorrente. E’ dunque il sostantivo “taverna”(nel sito della Costa) a prevalere rispetto ad un suo uso come aggettivo (dei Taverna) riferito al sito della Costa.
Il Comune, o località che sia, prese dunque la sua denominazione proprio dall’esistenza di questa attività di “ristorazione e alloggio” sulla Costa del Lambro. E dovette essere un’attività decisamente fiorente e significativa lungo la Strada Maestra da Monza a Lecco, tanto da determinare la toponomastica del sito. La presenza del resto di questa ed altre osterie sul nostro territorio è documentata fin dal 1500 e per la loro storia si rimanda ad altro articolo nel Sito (3).

LE PRIME TRACCE

La prima citazione di questa località la troviamo ad inizio del 1500. Si tratta di un documento notarile del 1506 a conferma della spartizione dei beni di Fazio Gallarani tra i suoi quattro figli. A Federico, tra l’altro, spettò anche il diritto ad edificare un mulino sulla roggia Gallarana (che fu nel frattempo costruito) nel luogo della Costa presso il luogo della Santa (“ in loco della Costa propre locum della Santa”).
Si trattava del “Mulino della Santa”(4) che sorgeva in via Confalonieri quasi d’angolo con via Battisti. Formalmente quindi l’edificio si trovava fuori del perimetro sopra tracciato del comune di Taverna della Costa ed in effetti viene messo in relazione con la località della Santa, frazione di Monza. Questa citazione ci attesta come ad inizio ‘500 con il termine “Costa” si tendeva ad identificare oltre che un territorio ben definito entro i confini di un comune, anche tutta quella parte del territorio che si trovava appunto sul ciglio della depressione della valle del Lambro. Si vedrà del resto come ci imbatteremo più avanti proprio in una “Costa della Santa” accanto alla “Costa della taverna”.

Restando sempre nel XV secolo incontriamo la segnalazione di “Taverna della Costa” in un documento censuario del 1530 redatto a fini fiscali per il comune di Monza e circondario. Si ricomprese anche la Pieve di Vimercate ed è proprio nell’elenco dei comuni di questa Pieve che ritroviamo anche “Taberna della Costa”. Per questa località viene censita una superficie di 75 pertiche (tutte a vigna)(5) e una popolazione di ben sei bocche (di cui un minore) e di due bestie. Siamo quindi in presenza di una comunità locale assolutamente di ridotte dimensioni, tanto che, contrariamente alle altre, non viene elencata come “Comune di….”(Vimercate, Concorezzo, Arcore, etc) e neanche come “Cassina di…..” (della Baraggia, di Rossino) ma col suo solo nome. Il documento ci certifica la dipendenza di questo territorio da Vimercate, contrariamente alla Santa e a Villa san Fiorano che erano nella Corte di Monza.
Le dimensioni qui indicate (75 pertiche) ci confermano infine come in un primo momento il suo territorio era appunto delimitato al quadrilatero a ridosso di via Garibaldi e Mazzini. In effetti con la successiva aggiunta dell’area della Cascina Recalcati nel 1721 si arriverà ad un territorio di 270 pertiche.

Particolare dei documenti del Censo del 1530 della Pieve di Vimercate

Arriviamo alla metà del secolo e nel Censimento del 1555 svolto dal Governo spagnolo di Milano, per quanto riguarda la Pieve di Vimercate ritroviamo in elenco le località sia di “Costa taverna” che di “Costa della Santa”. Non siamo in grado di appurare a quali territori di preciso si facesse riferimento con questi toponimi. Vengono censite una proprietà di 40 pertiche del Monastero di S.Martino di Monza ed una di 3 pertiche di Battista da Galbiate presso “Costa taverna”, anche se non è possibile identificare con precisione questi appezzamenti. Le indicazioni che ci derivano dal Censimento non sono del tutto univoche. Viene ad esempio elencata anche la “Cascina della Santa e Costa taverna” sotto la Pieve di Vimercate, che non sappiamo se e quanto differisse dalla “Costa della Santa”.
Il successivo documento del 1572 ci conferma l’individuazione di questa località come autonoma entità amministrativa. Si tratta del libro della “Tassa del sale” pagata dalle diverse comunità del Ducato. Nell’elenco della Pieve di Vimercate viene citata “Taverna della Costa” che paga di sale 3 staia. Viene anche confermato che la comunità rienta nel feudo di Vimercate del Conte Francesco Secco.

Di poco posteriore è un successivo documento decisamente inusuale. Si tratta in effetti di un’Ordinanza in data 12 Novembre del 1576 dell’Ufficio di Sanità di Monza in occasione dell’epidemia di peste che afflisse la città negli anni 1576/77. Vi si ordinava agli abitanti infetti della “Costa” di astenersi dal recarsi alla Santa, autorizzando chiunque li avesse colti in fallo ad ammazzarli. La stessa autorizzazione valeva per qualunque ammalato di peste fosse stato sorpreso a girare per strada privo di adeguata licenza. Senza entrare nel merito di questo documento, che ci apre comunque uno scorcio sulla tragicità di quegli anni di epidemia, possiamo avanzare alcune considerazioni.

 

San Carlo Borromeo impartisce i sacramenti ad una vittima della peste del 1576, detta di "San Carlo" (olio su tela).

La prima concerne la denominazione stessa della località. Qui si parla semplicemente della “Costa”, con il solo riferimento alla caratteristica morfologica del sito. Possiamo quindi ipotizzare che la denominazione corrente del comune ancora in questi anni si limitasse alla sola “Costa”.
L’Ufficio di Sanità di Monza interviene poi a tutela degli abitanti della Santa, su cui aveva competenza in quanto frazione di Monza, nei confronti di quelli della “Costa” che dipendevano invece dalle autorità della Pieve di Vimercate.
L’ultima nota infine è relativa alla evidente prossimità dei territori dei due comuni, la Santa e la Costa, le cui abitazioni erano immediatamente confinanti. Fatto che chiaramente preoccupava le autorità monzesi in occasione dell’epidemia.

 

I SECOLI XVII E XVIII

Dopo il 1500 si perdono un po’ le tracce di questa comunità. Per tutto il XVII secolo abbiamo un unico documento che ci parla della Taverna della Costa. Si tratta di una dichiarazione in data 1675 rilasciata da alcuni degli Estimati (maggiori proprietari terrieri) di Villa San Fiorano. Questi dichiarano in primo luogo che su quello stesso territorio non esisteva alcun mulino a nome di Guglielmo Seregno (o de Seregni), oggetto di un ricorso per mancato pagamento da parte del fisco milanese. Ma ad ulteriore sostegno alla loro dichiarazione, precisano come “ …la terra della Santa resta repartita in tre comunità, cioè parte della Santa è territorio di Monza, altra parte è il Comune di Villa con Santo Fiorano Corte di Monza et l’altra parte è il Commune di Costa Taverna Pieve di Vimercate …..”. Per quanto questa ripartizione ci risulti per lo meno incompleta (mancano ad esempio sia Sant’Alessandro che Sesto Giovane), ci conferma ancora una volta come la comunità di Taverna della Costa risultasse un’autonoma entità comunale , per quanto di ben ridotte dimensioni.

A sinistra Taverna della Costa nella mappa degli Astronomi di Brera del 1788 e a destra in quella dell’Esercito austriaco del 1835. Come si vede le due cartine offrono una diversa interpretazione della collocazione del nostro comune, proprio a seguito della particolare composizione frazionata del suo territorio. In quella del 1788 Taverna della Costa viene praticamente identificata con la Cascina Recalcati, mentre nella seconda è collocata lungo l’asse centrale della Strada maestra per Lecco (attuale angolo via Mazzini/Garibaldi) e a parte viene segnata la Cassina Recalcata.

Con il 1700 ci arriva invece una mole non indifferente di notizie in merito alla nostra comunità della Costa.
Per prima cosa abbiamo le mappe del Catasto Teresiano del 1721/3 che per la prima volta ci restituiscono i confini esatti di questo Comune, come visto nella tavola iniziale. Dobbiamo da subito notare, come del resto già successo per Sesto Giovane, che gli ispettori del Catasto incaricati di raccogliere informazioni sul territorio si trovarono in chiara difficoltà nel caso in questione. Arrivarono infatti a dichiarare che di questo comune “…..non trovasi in alcun altro luogo fatta menzione veruna salvo che nella relazione del Cancelliere delegato sopra le Parrocchie, nella quale unitamente a questa si dice soggiacere tutti li già detti comuni alla Parrocchia sita nel luogo della Santa intitolata a Santa Anastasia”.
Eppure un più attento esame avrebbe evidenziato come tracce del comune erano già presenti nelle “Notificazioni” del 1721. Queste erano delle “autodenunce” da parte dei proprietari di immobili e rendite varie all’Ufficio del Censo, preliminari alla stesura del Catasto stesso.
Qui ritroviamo infatti le Notificazioni di due ricche famiglie milanesi, i Marchesi Recalcati e Franco Carlo Loria, che risulteranno i due unici proprietari del territorio di Taverna della Costa.
In tutto il Comune risultava di circa 280 pertiche, così ripartite :

  • I Marchesi Recalcati possedevano 225 pertiche (tutte a vigna) intorno all’omonima Cascina (sempre di loro proprietà) + l’edificio dell’Osteria in via Garibaldi (1 pertica)
  • I Loria possedevano 55 pertiche (con case d’affitto) nell’area di via Garibaldi/Mazzini

Sempre del 1721 abbiamo poi la dichiarazione del Console di Taverna della Costa, Giuseppe Castello in merito ai confini dello stesso comune, confermati nei termini sopra esposti.
I primi documenti e mappe del Catasto dimostrano il permanere a questa data della dipendenza del Comune dalla Pieve di Vimercate. In alcuni casi il territorio e i dati catastali della Costa vennero infatti aggregati al comune di Concorezzo. Come vedremo poi il suo destino fu diverso.

IL FEUDO DELLA FAMIGLIA TROTTI A VIMERCATE

Una serie di informazioni ancora più dettagliate su questo comune ci arrivano da un altro documento sempre del XVIII secolo. Tra il 1727 e il 1733, a seguito della morte del Conte Giovan Battista Secco Borella, il feudo di Vimercate passa alla figlia Giulia e da questa al marito Giovan Battista Trotti. In occasione di queste transazioni occorreva, tra l’altro, compiere una sorta di censimento dettagliato di tutti i beni e le anime che componevano il feudo. Comune per comune si interrogavano i Consoli competenti e si computavano i capi famiglia presenti, che oltretutto dovevano poi in pubblica assemblea “accettare” la loro sudditanza al nuovo feudatario. Trovandosi il comune di Taverna della Costa ad inizio ‘700 ancora sotto Vimercate, anche per esso possiamo così conoscere i nomi dei 19 capi famiglia che ne componevano la popolazione :

Casa del Senatore Recalcati dove si trova l’osteria
. Antonio Magno          bastavo
. Carlo Centemero     pigionante
. Paulo Rizzi                            =
. Giò Angelo Camisasca       =
.Antonio Maria Malegori oste

Casa del suddetto Sig.Senatore ( e probabilmente del Sig. Ignazio Loria
. Giò Battista Bidoia pigionante
. Giuseppe Tornago             =
. Giò Guzzo                             =
. Giò Battista Pirolla      Console
. Carlo Lissone           pigionante
. Agostino Lenate                =
. Giuseppe Gallo                  =
. Giuseppe Pozzo                  =
. Giuseppe Castelli               =
. Francesco Corbetta           =
. Silvestro Bidoia                  =

Cassina Recalcata del suddetto Sig. Senatore
. Antonio Del Corno  massaro
. Andrea Taruzzo              =
. Giò Carzaniga                 =

Possiamo dunque stimare a questa data la popolazione del Comune di Costa Taverna al massimo intorno ad un centinaio di anime. In effetti un piccolissimo borgo, pur segnando rispetto alle 6 bocche del 1530 una crescita decisamente notevole (anche se allora non era compresa tutta l’area della Cascina). A parte l’oste, tutte le famiglie vivevano dei lavori nei campi e dipendevano dai due grandi proprietari Recalcati e Loria anche per l’affitto della casa.

L’Ufficiale incaricato del censimento, come accennato, svolse anche un lavoro di indagine sul territorio interrogando nel merito il Console Giò Battista Pirola. Abbiamo voluto riportare per intero le risposte fornite dal Pirola in quanto ci sembra rendano con immediatezza un piccolo spaccato di vita dell’antico borgo.
A domanda risponde :

  • Son sei anni che io son Console della taverna della Costa, ossia della Costa della Taverna, quale è un Comune separato dalla Santa, mentre deve sapere Ill.Sig. come la Santa fa tre Comuni distinti ogni uno dei quali ha il suo Console, mentre vi è il Comune sotto Monza che si dice la Santa al quale serve uno dei Consoli di Monza, altro Comune sotto la Pieve di Desio (si tratta di Villa San Fiorano che invece era nella Corte di Monza. La Pieve di Desio si fermava a San Giorgio) , il quale ha il suo Console a parte e poi il terzo è quello come ho detto della Costa quale essendo sotto la Pieve di Vimercate resta conseguentemente feudo del Sig. Conte di Vimercate come feudatario di Vimercate e sua giurisdizione;
  • Nel nostro Comune di Taverna della Costa non vi è la Parrocchiale essendo questa della Santa sotto a Monza. Vi è bensì un oratorio dedicato a San Fiorano dove si dice messa ogni domenica ma questo oratorio non è nel nostro Comune ma è in quello della Pieve di Desio (vedi nota precedente) come ho detto;
  • Io non saprei adesso subito dire il numero dei Capi di casa o siano focolari della Costa Taverna ma se averà un puoco di tempo gli ele dirò;
  • Si che sotto al mio Comune di Costa Taverna vi è una Cassina del Sig. Marchese Recalcati dove vi sono tre suoi massari senza alcun pigionante;
  • Vi è un’osteria nel Comune di Costa Taverna ma il padrone dei dazi è il Sig. Marchese Recalcati, abitando l’oste anche nella casa propria del Sig. Marchese che tiene nel nostro Comune e il nome dell’oste è Antonio Maria Mallegoro:
  • Il perticato del territorio del nostro Comune della Taverna della Costa sarà da circa 600 pertiche (anche qui il Console Pirola sbaglia in eccesso), raccogliendosi formento ed ogni sorta de grani e vino, essendo il territorio parte aratorio, parte vignato e in parte boschivo;
  • Non vi è prestino, né beccaria (macelleria), ne meno vi è alcuna ragione d’acqua su quali terreni del nostro Comune essendo tutti asciutti (Interpreto questa nota nel senso che, pur essendo i terreni attraversati dalla roggia Ghiringhella, da questa non veniva deviata acqua per irrigazione);
  • Tutti sono prati e nemmeno credo vi siano soldati. In quanto a donne vidue ve né una chiamata Anna Pozza che abita insieme con due suoi figli, uno dei quali è maritato e fanno fra di loro un fuoco solo;
  • Il nostro territorio è distante da Vimercate miglia 3, da Milano 12, dal Naviglio (della Martesana) 8

L’ultimo documento dove ci imbattiamo ancora in un chiaro riferimento a questo Comune, è del 1755. Si tratta dell’assegnazione a mezzo pubblico incanto dell’Esattoria del comune di Concorezzo. A questo bando viene aggregata anche Taverna della Costa che utilizzerà così l’Esattoria del comune di Concorezzo. Come già visto, a questa data siamo ancora in presenza di una dipendenza della Costa dalla Pieve di Vimercate e più nello specifico dal comune di Concorezzo. Ma da qui in poi il destino del nostro comune sarà un altro.
L’arrivo a compimento nella seconda metà del secolo dell’imponente opera di riforma amministrativa operata dal Governo austriaco, iniziata proprio con il Catasto Teresiano, porterà ad una più generale revisione del numero e dei confini dei Comuni esistenti. Nel nostro caso si decise l’aggregazione al comune più grande di Villa San Fiorano delle piccole comunità circostanti: Sant’Alessandro, Sesto Giovane e appunto Taverna della Costa. Si arrivò alla nuova entità del comune di “Villa San Fiorano ed uniti” nella Corte di Monza.

Finisce dunque qui la vicenda storica di questo antico borgo “villasantese”. Contrariamente a quanto abbiamo visto per gli altri piccoli comuni aggregati, del suo passaggio non ci è rimasta alcuna traccia non solo toponomastica ma neanche nella memoria popolare della tradizione villasantese.
Ci sono comunque arrivate alcune tracce indirette della sua storia: la Cascina Recalcati (nelle mappe teresiane detta “dell’Imbriago”) e quella trattoria/albergo di “Sant’Antonio” che ritroveremo nell’antico sito della Taverna di via Garibaldi fino a tutto il secondo dopoguerra del ‘900.

 

 

 

NOTE

  1. Vedi articolo “Villasanta terra d’acqua – Parte II – I mulini”
  2. Vedi articolo “Villasanta terra d’acqua – Parte II – I mulini” e “Villasanta terra d’acqua – Parte I – Il Lambro e le rogge “
  3. Vedi articolo “Villasanta terra di vino”
  4. Vedi articolo “Villasanta terra d’acqua – Parte II – I mulini”
  5. La “pertica” era antica unità di misura suddivisa in 24 tavole e corrispondente a mq.654,5179
BIBLIOGRAFIA
  • Archivio di Stato Milano = Fondi :  Catasti, Censo, Acque, Taverna, Finanze, Feudi camerali
  • Biblioteca Trivulziana =   Atti Catasto spagnolo 1500
  • “L’Officio della Sanità di Monza durante la peste degli anni 1576-77” – Gaetano Capasso 1906 (Giornale della Società storica lombarda)
  • Le immagini delle Carte topografiche sono tratte dalla “Civica raccolta delle stampe Achille Bertarelli” di Milano