SANT’ALESSANDRO

Percorriamo qui la lunga storia della chiesetta di S.Alessandro, della cascina e del quartiere che da essa prendono nome. Prima furono i pellegrini a frequentare questi siti, poi seguirono contadini e gesuiti nel susseguirsi di vicende che partono dal VII° secolo d.c.

Boschi, campi e vigneti punteggiarono via via il paesaggio di queste terre che arrivarono anche a costituire il Comune autonomo di S.Alessandro che nel 1700 confluirà poi in quello di Villa con San Fiorano.

Le vicende storiche relative a questo Santo sono decisamente confuse e mal documentate. La tradizione cristiana ne fa un soldato romano convertito al cristianesimo e ribellatosi all’Imperatore Massimiano. Incarcerato a Milano, evade e si rifugia presso Bergamo. Qui dopo un periodo di intensa evangelizzazione, viene di nuovo incarcerato e giustiziato. Non a caso diventa il patrono della città di Bergamo. Quello che a noi però qui interessa è la diffusione del suo culto che trova particolare attenzione nel periodo della locale dominazione longobarda. E’ infatti intorno al VII° e VIII° secolo che  sorge in Lombardia un buon numero di chiese dedicate a Sant’Alessandro. Possiamo dunque ipotizzare verosimilmente che anche l’origine del nostro tempietto sia ascrivibile a questo periodo, anche se manca chiaramente una documentazione storica in tal senso.

Particolare della pergamena del 961 con la prima citazione dello Xenodochio di S.Alessandro

Sulla via dei pellegrini

Dovendo invece fare riferimento a tracce documentali che ci parlino di questa chiesa dobbiamo arrivare al 961, anno di datazione di una pergamena monzese attualmente presso l’Archivio dell’Ospedale San Gerardo. Trattasi in dettaglio di una permuta di terreni siti a Coliate tra l’Arciprete Arifredo di Monza, in qualità di “custode” di S.Alessandro e un certo Stefanone. Nel documento non viene citata espressamente la chiesa di S.Alessandro bensì il suo “Xenodochio” (Ostello/Ospizio).

E in effetti una prima caratteristica di questo tempio è stata quella di aver legato la sua esistenza appunto ad una di quelle strutture di ricovero e accoglienza per viandanti e bisognosi che si diffusero fin dal primo Medioevo in tutta la Cristianità. Edificati dalle locali comunità cristiane lungo le più importanti vie di comunicazione (in questo caso l’antica consolare da Milano a Lecco) per accogliere i pellegrini, diventano anche luoghi di sostegno ai poveri e agli infermi (“hospitalis”). Non sappiamo se S.Alessandro nasce da subito come “cappella” interna allo Xenodochio o come autonomo oratorio al quale poi si aggiunge la struttura di pia accoglienza. Dalla documentazione successiva possiamo ritenere che questa presenza dell’hospitalis resti fino a tutto il 1200 e da qui venga via via a cessare. Ne abbiamo un ultimo cenno in un legato del 1368 a favore dell’”Ospedale di S.Anastasia” che reputiamo trattarsi proprio della struttura di S.Alessandro. In questo caso questa sembra essere stata riattivata come lazzaretto in occasione della peste del 1363/4. Non a caso il donatore morirà proprio di peste solo otto giorni dopo il suo lascito. Di questo xenodochio altomedioevale non resta traccia visibile, mentre ci sono rimasti resti della torretta sul lato sud che riconduce ad una più ampia struttura difensiva che può essere segno di una raggiunta importanza del sito in epoca medioevale.

Miniatura medioevale rappresentante pellegrini con i loro caratteristici bastoni da viaggio in spalla.
Furono loro i primi frequentatori di S.Alessandro

Esiste poi una successiva documentazione riferita a S.Alessandro, decisamente numerosa e significativa. Vediamola in dettaglio :

  • Primi del 1000 – Codice Beda (Sorta di calendario della chiesa di S.Giovanni di Monza riconducibile al monaco Beda il Venerabile). Vi si citano S.Anastasia in Villola e Ecclesiae Sancti Georgii et Sancti Alexandri de Coliate
  • 1119 – Sentenza dell’Arcivescovo Giordano a favore dell’Arciprete di Monza Guglielmo. Qui si citano le chiese di Sancti Georgii, similiter Sancti Alexandri de Coliate.
  • 1120 – Bolla papale di Callisto II° all’Arciprete Guglielmo. Fra le chiese soggette al Capitolo di S.Giovanni di Monza si citano quelle di Sancti Georgii et Ecclesia Sancti Alexandri ad buscum.
  • 1139 – Lascito di Ariprando de Villola di un podere in Coliate ad Ambrogio, converso dello Xenodochio di Alexandri qui nominatur intus busco, che ne usasse a beneficio della chiesa ed ospedale.
  • 1143 – Bolla papale di Celestino II° all’Arciprete di S.Giovanni B. Elencando anche lei i beni e diritti del Duomo di Monza, cita le chiese di Carpoforo, S.Giorgio, S.Alessandro e S.Anastasia, tutte in Coliate.
  • 1146 – Donazione di un campo da parte di un certo Malvestitus Calvi di Milano, a suffragio suo e del padre, a favore della chiesa di Sancti Alexandri non multum longe de loco Colliate.
  • 1169 – Bolla papale di Alessandro III° all’Arciprete Oberto. Tra le chiese di pertinenza della basilica di Monza si citano In Coliate Ecclesia Sancti Carpophori et Sancti Alexandri cum Hospitali.
  • 1188 – Bolla papale di Clemente III° dove si cita la chiesa di S.Anastasia(alla diretta dipendenza di Monza) e in Coliate Ecclesia Sancti Carpophori et Sancti Alexandri.
  • 1210 – Intestazione da parte dell’Arciprete Ariprando al prete Flamengo, della chiesa di S.Carpoforo di Coliate, del beneficio della Ecclesia Sancti Alexandri de bosco, seu hospitalis.
  • 1278 – Codice riportante le somme dovute alla basilica di S.Giovanni dalle chiese ad esse subordinate. Appare anche la Ecclesia Sancti Alexandri ad buschum con un reddito di diciassette lire e diciotto soldi terzoli.
  • Fine del 1200 – Nel “Liber Notitiae Sanctorum Mediolani” di Goffredo da Bussero si cita Ecclesie Sancti Alexandri in loco Zernio (Gerno) plebis de Vicomercato.

Data dunque questa ricca documentazione, cerchiamo di trarne altre informazioni utili sulla natura di questo luogo, sapendo comunque che ci troviamo di fronte per lo più a semplici citazioni del nome del sito e della chiesa.

Una chiesa tra i boschi nel luogo di Coliate

Un primo dato significativo risiede nella ricorrente specificazione di S.Alessandro come “ad buscum” (al bosco). Questa caratteristica che servì a distinguere il nostro S.Alessandro da omonime chiese nella Corte di Monza,  ci informa di come l’originaria collocazione della chiesa era in una zona silvestre, ricca di boschi e decisamente selvaggia ed appartata. Da questo punto di vista un luogo proprio adatto per l’insediamento di uno xenodochio. Solo con il procedere lungo i secoli dell’ampliamento delle aree coltivate in tutto l’agro monzese, S.Alessandro arriverà a perdere questa sua prima connotazione per apparire nel 1578, nel verbale della visita pastorale nel territorio di Monza del cardinale San Carlo, come una “chiesetta campestre”, quindi non più in zona boschiva ma coltivata. Per mantenere comunque la distinzione con altra omonima chiesa in territorio di Sesto questo S.Alessandro verrà denominato “Superioris”. Di questi boschi resterà qualche vestigia nei terreni al confine con Concorezzo e nella antica intitolazione arrivata fino a noi della “via dei boschi” (traversa est di V.le Risorgimento a S.Fiorano).

Un altro dato significativo che appare riguarda la collocazione corografica di questa chiesa. Se si esclude la citazione tardoduecentesca di Goffredo da Bussero che colloca S.Alessandro “in loco zernio” (Gerno), tutte le altre indicano sempre la località di Coliate. E’ infatti con questo toponimo (*) che dal IX°  fino al XV° secolo viene identificata quella parte dell’attuale territorio di Villasanta che va da S.Giorgio (compreso) fino a San Fiorano (confini con Concorezzo) a nord del borgo monzese de La Santa (S.Anastasia). Se già nel 1200 S.Fiorano (allora sotto Concorezzo) comincerà a distinguersi dal contesto di Coliate e a costituire ambito autonomo, tutto il territorio circostante a S.Alessandro e a ovest fino al Lambro resteranno invece sotto il nome di Coliate fino al 1400, quando questo nome tenderà a sparire per lasciare il posto a moderni toponimi quali S.Giorgio, Villa S.Fiorano e S.Alessandro.

La Cascina

Ma cosa possiamo dire per tutti questi secoli di  S.Alessandro in Coliate che vada oltre la presenza della chiesetta e del suo Xenodochio ? Decisamente quasi niente! Possiamo pensare alla  presenza di sparsi e poveri insediamenti agricoli che si accompagnano alla progressiva diffusione delle aree coltivate a scapito dei boschi. Non sappiamo di preciso a quando far risalire la comparsa della cascina che si affianca alla chiesa e diventa il nucleo fondante del futuro Comune di S.Alessandro. Possiamo ipotizzare che intorno al 1400 con la dismissione delle attività di pia accoglienza dell’ostello i suoi spazi possano essere stati occupati da prime residenze di contadini chiamati a lavorare le terre circostanti (coltivate a cereali e viti) fino a strutturarsi nella futura Cascina di S.Alessandro. Proprio per questa origine la cascina assume subito una configurazione non “a corte” ma ad “elementi giustapposti”, in questo caso disposti a squadra. I blocchi delle abitazioni e delle stalle-fienili non si dispongono in un ordinato sviluppo intorno ad un’unica grande corte, ma si aggiungono via via al nucleo originario a creare un disegno un po’ confuso di nuclei che affacciano su diverse piccole corti affiancate. Questo modello lo ritroveremo per le cascine di più antico insediamento in Villasanta (San Fiorano, Villa vecchia), mentre le più recenti si svilupparono intorno ad un modello “a corte” (Recalcati, Villa nuova).

La chiesa e la cascina di S.Alessandro nelle mappe del Catasto teresiano del 1721 (a sinistra) e del catasto Lombardo/Veneto del 1855 (a destra).

Gli anni di crisi dell'edificio sacro e la crescita della Cascina

Procedendo dal periodo medioevale verso i successivi secoli fino al XVI°, dobbiamo constatare l’inizio di un periodo di lenta ma continua decadenza della nostra chiesa di S.Alessandro, a fronte invece del consolidarsi, come visto, della Cascina annessa. Perso lungo il 1300 l’uso dell’antico ostello, il residuo oratorio, che non raggiunse mai dimensioni molto diverse dalle attuali, vive una fase di progressiva decadenza. Un primo segno lo deduciamo dall’esame di tre documenti datati 1278, 1398 e 1564. Da questi tre estimi delle chiese comprese nella diocesi milanese ricaviamo come il reddito assegnato al S.Alessandro al Bosco passa dalle 17 lire e 18 soldi terzoli del 1278 alle 4 lire imperiali, 9 soldi e 6 denari del 1398 e alle sole 3 lire imperiali del 1564. In questi tre secoli il beneficio per il Capitolo di Monza, derivante dalla nostra chiesetta, si riduce drasticamente, segno di una perdita di peso della devozione rivolta a questo tempio.

Stralcio del registro della Tassa del Sale di metà ‘500 con la citazione di S.Alessandro

Se arriviamo poi al 1578 ci imbattiamo nei documenti che attestano esplicitamente la situazione di degrado a cui era giunto l’oratorio di S.Alessandro. E’ infatti di questo anno la visita pastorale del cardinale Carlo Borromeo nel territorio di Monza. Nel relativo verbale si cita anche la visita alla chiesetta “campestre” sita in loco Sancti Alexandri. La descrizione che se ne fa non è per niente rassicurante. La chiesa è pericolante, con copertura di sole assi, pavimento sconnesso ed arredi sacri molto deteriorati, anche se vi si svolgono ancora funzioni sacre.

Interessanti sono le informazioni rispetto alla proprietà del luogo sacro, che nel frattempo un Repertorio dei “Beni ecclesiastici” del 1558 attribuiva non più dell’arcipretura di Monza ma alla “Congregazione della Misericordia di Milano” (per un’estensione di 1163 pertiche). Nel successivo documento del Borromeo si dice invece che se ne contendono il possesso le monache di Sant’Apollinare e la ricca famiglia milanese dei Litta, che sembra comunque aver avuto la meglio nella disputa. Dai registri della Tassa del sale del 1572 i Litta risultano del resto essere i proprietari anche di tutta la località di S.Alessandro, con relativa cascina. E’ un loro colono, lì residente, che risulta incaricato della custodia del tempietto e delle sacre suppellettili. Siamo dunque in un contesto ambientale del tutto diverso da quanto prima visto. L’edificio sacro ha perso il suo prestigio del periodo altomedioevale, mentre in adiacenza si è oramai costituito un importante insediamento rurale, proprietà di un’illustre famiglia milanese (cascina e terreni circostanti). Le rare funzioni sono a carico esclusivo dei contadini residenti e della famiglia Litta. Anche lo spazio del piccolo cimitero antistante la chiesa era oramai utilizzato per usi agricoli con la presenza di tre grandi gelsi (che il cardinale ordinerà di sradicare).
Ricordiamo poi che sempre nel 1578 la chiesa di S.Anastasia diventa sede della nuova parrocchia che avrà come cappelle dipendenti sia S.Fiorano che S.Alessandro.
Questa situazione degrada ulteriormente fino al 1596. Dal verbale di altra visita pastorale si attesta che nella chiesetta non si celebrano più funzioni e l’edificio è quasi del tutto distrutto. Del resto oramai era diventato deposito di attrezzi agricoli e riparo di animali, con le evidenti conseguenze sulle condizioni del sito. Al colono Giovanni Maria Locati era stato espressamente vietato di depositare nell’edificio sacro botti, attrezzi ed altro materiale agricolo. Ma dobbiamo dedurre con esiti del tutto negativi

Non più solo cascina e chiesa campestre

Mentre dunque la nostra chiesetta viveva di queste tristi vicende, è proprio in questo periodo, intorno alla fine del ‘500, che il nome di S.Alessandro comincia ad essere impiegato per indicare non solo un singolo edificio, sacro o civile che fosse, ma a rappresentare un’intera località più ampia con i primi accenni ad una certa autonomia amministrativa che a fine ‘600 si configurerà in un vero e proprio Comune di S.Alessandro. Come esempi possiamo citare :

  • Nel già citato Registro della Tassa del sale S.Alessandro appare come località a se stante.
  • La vigna detta la Quadrina, che in un documento del 1500 viene detta “nel luogo de la Villa” e nel 1604 appare invece nel “ territorio di S.Alessandro”.
  • Un atto di vendita del 1591 parla di terreni(“L’Albarella”) nel comune di S.Alessandro, Pieve di Vimercate ( “loco S.ti Asandri sive Alexandri comunis plebem Vicomercati”).
  • Altro atto di vendita del 1611 interessa il sito della Ca’Bianca in territorio di S.Alessandro o Arcore.

L’ambito di S.Alessandro si allarga quindi a comprendere anche porzioni di territorio più a nord della cascina, fino al confine con Arcore, una volta, come visto, sotto il toponimo di Coliate. Va comunque evidenziato come nei diversi documenti censuari cinquecenteschi della Corte di Monza a nostra disposizione (1530, 1537, 1546) negli elenchi dei capifamiglia per singoli comuni mentre appaiono già La Santa e Villa con S.Fiorano non abbiamo traccia di S.Alessandro. In un identico documento censuario sempre del 1530 ma relativo alla Pieve di Vimercate, in una nota a piè di pagina, l’estensore dopo avere elencato tutti in Comuni della Pieve, dice di avere trovato anche “una cassina dicta de Sancto Sandro de sopra La Sancta”. Nella Cascina vengono censiti 10 residenti (di cui un minore) e due mucche. L’attribuzione del resto della giurisdizione territoriale di questo territorio resta abbastanza incerta oscillando tra l’appartenenza alla Corte di Monza o alla Pieve di Vimercate. (A complicare le cose basti accennare che alla sua nascita nel 1578 la parrocchia di Villasanta comprendeva parti di ben tre pievi diverse: Monza, Vimercate e Desio)

Rinasce la chiesa e arrivano i Gesuiti

Il XVII° secolo per S.Alessandro si apre sotto buoni auspici. Cresce l’insediamento agricolo della cascina e soprattutto rinasce la funzione dell’omonimo tempietto. Quest’ultimo, come del resto tutto il complesso della cascina, passa di proprietà dai Litta alla famiglia Sormani ed in fine nel 1602 alla ricca famiglia milanese dei Parpaglione, nei due fratelli  Zanotto e Giovanni Paolo (vedi lapide tuttora presente all’interno della chiesa). I due, che moriranno nel giro di pochi anni, si impegnano comunque in un opera di restauro dell’edificio sacro e provvedono nel testamento ad un legato per messe di suffragio a suo favore: “in Oratorio nostro per nos constructo in Villa Sancti Alexandri supra Modoetia Curiae ejusdem Modoetiae dicato Beatissimae Virgini Assumptae et Divo Alexandro”. Da notare come a questa data sia presenta una cointitolazione all’Assunta oltre che a S.Alessandro e come i lavori di ristrutturazione daranno all’edificio l’impianto che essenzialmente ritroviamo tutt’oggi (anche se già precedentemente non doveva presentare dimensioni e pianta molto diversi).

Lapide marmorea tuttora presente nella chiesa di S.Alessandro, a fianco del presbiterio, a memoria dell’intervento effettuato nel 1603 da parte dei fratelli Zanotto e Paolo Parpaglione.

 

Disegno della rete stradale intorno a La Santa ed Arcore del 1620. Si individua S.Alessandro già con la sua piazza alberata. Proprio sopra la chiesa si noti il “Bosco del Parpaglione”, residuo di quella vasta area boschiva che circondava S.Alessandro.

 

Per questo scorcio di secolo possiamo godere anche di una serie più dettagliata di notizie rispetto al contesto civico di S.Alessandro. Da uno “Stato delle Anime” della Parrocchia di S.Anastasia (specie di registro anagrafico dei parrocchiani) del 1674, sappiamo che nella Cascina risiedono due nuclei familiari rispettivamente di Carlo e Giuseppe Locato, ciascuno di circa venti componenti, massari o fittavoli della famiglia Parpaglione. Domenico Locato, fratello di Giuseppe, risulta il custode del rinato oratorio dove di celebrava messa ogni giorno festivo, a dimostrazione della raggiunta consistenza socio-economica del nucleo della Cascina S.Alessandro. Basti ricordare come nel 1530 in cascina erano stati censiti solo dieci residenti.

Verso la fine del secolo (1685?) la chiesa e la cascina vedono un ulteriore passaggio di proprietà. Gli eredi dei fratelli Parpaglione cedono il tutto ai padri Gesuiti di Brera di Milano. L’arrivo di questi nuovi proprietari non sembra comportare novità significative, se non l’insorgere di un vivace contrasto con il titolare della Parrocchia di S.Anastasia in merito alla giurisdizione ecclesiastica su S.Alessandro. I diversi parroci pro-tempore si opposero a che i gesuiti non solo officiassero le messe ma che impartissero anche tutti i sacramenti. Il contenzioso, sfociato anche in deprecabili episodi di scontri e liti di fronte ai parrocchiani, fu in fine risolto nel 1705 dall’arcivescovo milanese a favore della parrocchia.

Il Comune di Sant'Alessandro nel Catasto Teresiano

Il secolo XVIII° rappresenta il momento di massima espressione dell’autonoma amministrativa da parte del borgo di S.Alessandro, o per lo meno il periodo di cui abbiamo la più ampia documentazione. Nel 1721 parte infatti in tutta la Lombardia il lungo percorso di costruzione del Catasto Teresiano. Questa ciclopica impresa riformatrice porrà le basi per la nascita di un moderno Stato di diritto, alla luce dei nuovi principi illuministi ispirati dal ricco pensiero riformatore milanese. Il nuovo Catasto non si limiterà a censire, riprodurre e estimare tutti i beni fondiari (terreni e case) lombardi ma raccoglierà una mole ingente di dati e informazioni dai territori che per noi rappresentano ora fonti inesauribile di conoscenza.
Nei registri catastali l’attuale territorio di Villasanta risulta suddiviso tra diversi enti comunali:

  • la frazione de La Santa del Comune di Monza,
  • il Comune di Villa con San Fiorano (con Casotto),
  • il Comune di Taverna della Costa (o Costa Taverna),
  • il Comune di Sesto Giovane
  • il Comune di Sant’Alessandro (vedi Tavole a seguire).

Come si vede il territorio di questo Comune appare come una sorta di cuneo all’interno del più ampio Villa con S.Fiorano, comprendendo essenzialmente le aree intorno alla Cascina con una propaggine a sud intorno alla Cascina Perella.
Si sancisce quindi la presenza di un autonoma entità amministrativa che faceva capo alla Cascina e che deve aver trovato le sue radici già lungo il secolo precedente. Il processo riformatore settecentesco comporterà però la fine stessa di questa autonomia amministrativa. Con la metà del secolo tutti i suddetti Comuni, ad eccezione de La Santa che resterà sotto Monza, verranno aggregati a Villa S.Fiorano in un unico ente locale.

Ma quali altre informazioni ci arrivano su questa comunità “santalessandrina” dai documenti del Catasto Teresiano? In particolare facciamo riferimento alle trascrizioni dei “Processi Verbali” del 1721 nei quali gli incaricati del Censimento interpellavano personalità locali per raccogliere informazioni sui diversi Comuni. Qui vengono interrogati ad Arcore il Console Alessandro Maspero e il fittavolo dei Gesuiti Antonio Locati ( a tal proposito constatiamo che i Locati già presenti in cascina dalla fine ‘500 sono ancora ben radicati sul posto, tanto che nel 1751 sarà proprio Antonio il Console di S.Alessandro), che a domanda dichiarano:      

:  Il Comune di S.Alessandro

  • ha una popolazione di ben 41 anime in tutto (quindi un dato stabile rispetto ai dati di metà ‘600) ;
  • si estende su una superficie di 1380 pertiche (0,9 Kmq – anche se in mappa risultano quasi pt.2000). Di queste 850 pt sono di proprietà dei Gesuiti di Brera, altre 450 tra i Marchesi Erbona e la famiglia Riamonti o Raimondi (proprietari della Cascina Perella), il resto alle Monache di S.Paolo di Monza (ai confini con Arcore). E’ a questi grandi possessori che fanno capo le decisioni importanti relative ai destini della comunità, mentre i Consoli, eletti tra i popolani e quasi sempre analfabeti, svolgevano semplici compiti di portavoce e di “piccola giustizia”;
  • i campi sono tutti coltivati a cereali e uva, con un po’ di bosco da taglio. Si coltiva la foglia di gelso per i bachi con una produzione di 16 once annue (a questo proposito sappiamo che a metà ‘700 a S.Alessandro ci sono ben 124 moroni/gelsi) ;
  • la parrocchia è quella di S.Anastasia alla Santa;
  • non esiste alcun tipo di libri contabili per i riparti delle tasse e i dati catastali;
  • non esistono fitti di case (non comprese in contratti di affitto di terreni);
  • vi si trovano tre fittavoli (due a S.Alessandro, uno alla Perella) con contratti non “a danaro” ma “a robba granaria” (pagamenti in beni prodotti). Interessante è il sunto delle condizioni che il fittavolo Locati descrive per il suo contratto con i Gesuiti di Brera:
  • Scorta di 4 buoni, 1 cavallo con carro, attrezzi agricoli vari, semenza di frumento e segale (la scorta è la dotazione “viva e/o morta” che il proprietario mette a disposizione del fittavolo per la sua attività, che dovrà essere resa alla fine del contratto d’affitto)
  • Fitto di 25 moggia di frumento e 25 moggia di segale annue, in base al criterio di 10 moggia fra frumento e segale per ogni 100 pertiche ( quindi il contratto del Locati riguardava terreni per 500 pertiche)
  • Il vino e la seta venivano regolati al 50 % tra il proprietario e il fittavolo conduttore
  • Appendizi (condizioni aggiuntive) di 8 capponi, 8 pollastri e 8 dozzine d’uova l’anno

Non era raro il caso in cui soprattutto gli Enti ecclesiastici preferissero affittare i loro ingenti possedimenti non direttamente a massari e contadini fittavoli ma a terzi facoltosi “intermediari” che si preoccupavano poi di gestire i rapporti con i contadini e seguire l’amministrazione dei beni e dei lavori nei campi. E’ infatti del 1772 è il contratto d’affitto dei Gesuiti a Tommaso (padre), Ambrogio e Paolo (figli) Tornaghi della Santa di tutta la loro possessione di 1072 pertiche per 4600 lire annue, compresa la casa colonica per i massari ma non la parte “civile” che resterà a disposizione dei Gesuiti.

La Cascina Perella

Riguardo alla Cascina Perella l’unico riferimento che ne abbiamo prima del 1721 fa capo ad un documento del 1702 steso dal parroco Don Radaelli con l’elenco dei contributi dei parrocchiani a suo favore. I residenti “con reddito” vengono collocati in 17 siti di residenza tra i quali “Ala Parela”. Non essendo presente in precedenti elenchi simili, dobbiamo pensare ad una sua edificazione intorno alla seconda metà del ‘600.

Dall'uscita dei gesuiti ai giorni nostri

Il settecento si chiude con un ulteriore passaggio di proprietà della chiesa e della cascina a seguito della soppressione dell’ordine dei Gesuiti ed il passaggio di tutti i loro possedimenti alla Regia Camera di Milano (1). I beni di S.Alessandro furono poi acquistati direttamente dall’arciduca Ferdinando d’Austria  che nel 1781 li cede all’Ospedale degli infermi S.Bernardo di Monza in cambio di terreni che rientreranno nel perimetro del Parco reale, allora in allestimento.
A proposito dell’abbandono forzato di S.Alessandro da parte dei Gesuiti è interessante citare un documento del 1775 composto da un lungo Inventario di tutti i mobili e suppellettili di proprietà dei padri presenti “nel casino di S.Alessandro” e i risultati, con prezzi e acquirenti, dell’asta a cui i suddetti beni vennero venduti. Furono essenzialmente i villasantesi del tempo ad approfittare della “svendita” che contemplò da miseri capi quali “una basleta”, “un padelino forato per castagne” o “un cucchiaione d’ottone”  a tavolini, sedie e armadi fino ai “materazzi e cuscini” (tra i beni più apprezzati) e ad un orologio a pendolo con cassa e accessori. Il documento è comunque significativo perché dimostra ancora come i Gesuiti non fossero solo proprietari del sito ma come lo abitassero e lo frequentassero assiduamente.
Questo nuovo assetto proprietario “assistenziale e pubblico” di S.Alessandro si protrarrà fino ai nostri giorni. Gli enti che si succederanno cambieranno nome ma non natura e fini: “Ospitale di Monza”, “Congregazione di Carità di Monza”, “USSL monzese” fino al Comune di Villasanta che nel 1996 cederà la chiesetta alla parrocchia di S.Anastasia. Saranno proprio questi Enti che progressivamente, soprattutto a cominciare dai primi decenni del 1900, cominceranno ad alienare il patrimonio fondiario pezzo a pezzo, trovando in buona parte le controparti nelle famiglie villasantesi li residenti, in un processo di riacquisizione di questi beni ad una diffusa e parcellizzata proprietà autoctona.
In tutti questi anni l’oratorio continuerà a funzionare con la celebrazione delle sole funzioni festive e la cascina ad ospitare famiglie contadine di massari, fino al definitivo tramonto delle attività agricole nel nostro territorio. A quel punto la cascina, oramai trascurata e mal gestita, si riciclerà ad accogliere residenze private popolari ed assistenziali fino alla recente ristrutturazione negli anni ’80 attuata dal Comune di Villasanta.

Vedute della cascina prima dell’intervento di ristrutturazione degli anni ’80.

NOTE

(*) Vedi a tal proposito Articolo: “Sei di Villola o di Coliate ?”

(1) Il pontefice Clemente XIV decretò lo scioglimento dell’ordine dei Gesuiti nel 1771. Col breve Dominus ac redemptor la Compagnia di Gesù fu soppressa in perpetuo e il generale Lorenzo Ricci condannato a carcere duro, cioè a pane e acqua, nella prigione di Castel Sant’Angelo. A pretendere la soppressione della Compagnia furono praticamente tutti i re della cristianità, insofferenti alla sua forte influenza nella società e sempre più “illuminati” dalle idee di secolarizzazione diffuse dal pensiero Illuminista.
In questo scorcio di fine ‘700 nella Lombardia austriaca i provvedimenti soppressivi non risparmiarono neanche gli ordini contemplativi (dai Certosini ai Camaldolesi) e quelli mendicanti (Francescani, Domenicani, Minimi di San Francesco di Paola), nonché il monachesimo femminile.

 

BIBLIOGRAFIA :

  • ASMI (Archivio di Stato di Milano) : Catasto – Pergamene per Fondi – Fondo religione –                                                                Censo P.A. – Culto P.A.
  • Archivio Ospedale San Gerardo
  • “ La chiesa di S.Anastasia a Villasanta dalle origini remote ai tempi moderni” – O.Zastrow 2004 (Parrocchia S.Anastasia – Villasanta)Fondo “Varisco-Aghuillon” – Biblioteca Ambrosiana
  • ASCMi (Archivio Storico Civico Milano) : “Località Forensi”
  • “Liber notitiae sanctorum Mediolani”- Goffredo da Bussero 1289
  • “Notitia Cleri mediolanensi de anno 1398” – a cura M.Magistretti 1917