VILLASANTA TERRA D’ACQUA ( PARTE I°) – Il Lambro e le rogge

Non possiamo faticare a definire Villasanta come una “terra d’acqua” per la significativa presenza che nel suo territorio ebbero non solo il Lambro ma le sue tante rogge e fontanili. Nel ripercorrere allora la storia di questi importanti elementi del nostro paesaggio cominciamo in questa prima parte proprio dal Lambro e dalle rogge che da esso  partivano per attraversare i nostri campi : la Gallarana, la Ghiringhella, il Lambretto e le sue derivazioni. A queste si aggiungevano il torrente Molgorana e tanti fontanili.

In questo articolo vogliamo discorrere dei tanti motivi che, parlando del nostro territorio, ci conducono a definirlo una “terra d’acqua”.
La nascita, lo sviluppo e i destini della nostra antica comunità sono fortemente connessi alla presenza di tanti corsi d’acqua che si ricollegano in gran parte al Lambro, al suo corso e alle sue vicende storiche e idrografiche. E’ proprio la vicinanza alle acque del Lambro che possiamo annoverare tra i fattori che hanno determinato lo sviluppo di un insediamento urbano proprio qui, intorno alla primitiva chiesetta di S.Anastasia (al dodicesimo miliario sulla antica strada romana da Milano verso Olginate, all’altezza di un bivio verso Vimercate). E non è probabilmente neppure un caso che, proprio in una vicenda legata ad una roggia, troviamo una delle più antiche citazioni del toponimo “La Santa” per indicare l’insediamento agricolo sorto intorno all’antica chiesa di S.Anastasia.

Si tratta del Privilegio” del 1475 della roggia Gallarana (vedi cap.sulla Gallarana) che permetterà ai Gallarani di scavare una roggia partendo proprio “ di sopra dalla Santa”.

Trascrizione settecentesca del “Privilegio della roggia Gallarana” del 1475 con la citazione della Santa

E’ del tutto evidente come, per una società a prevalente vocazione agricola come fu per diversi secoli quella villasantese, la possibilità di attingere ad una fonte di irrigazione comoda e abbastanza sicura come furono il Lambro e le sue rogge costituì un buon fattore di vantaggio e valorizzazione del territorio.
Ad avvantaggiarsene furono anche le diverse attività artigianali che ben presto a cominciare dal Medio Evo si svilupparono intorno alla risorse idriche: sbianche, mulini, folle di carta e di tessuti, magli, segherie e opifici di diversa natura che potevano utilizzare l’energia messa a disposizione dalle pale dei mulini.
Da un primo censimento compiuto nel 1537 su Monza e il suo territorio (1) apprendiamo che tra La santa, S.Fiorano e la Villa (Vecchia) risiedevano ben quattro capifamiglia “molinari”, un “follatore” e due “pescatori” (già, perché per molti secoli non furono pochi i nostri concittadini che si dedicarono alla pesca nel Lambro sia in termini “professionali” che in termini più o meno legali).
Arriviamo poi fino a tempi molto più vicini a noi quando tante imprese tessili trovarono occasione di utile e comodo insediamento proprio lungo le sponde di questi corsi d’acqua.

La TAVOLA 1 comprende il tracciato delle rogge su tutto il territorio del nostro Comune mentre la TAVOLA 2 si riferisce alla porzione a ridosso del Lambro, dove si addensava la maggior parte delle rogge e fontanili.

Nella Tavola 1 e 2 abbiamo riportato la rete idrografica che ha attraversato il nostro territorio dalla fine del ‘400 fino agli anni 70 del ‘900. Fu infatti in quest’ultimo periodo che la gran parte di queste rogge e canali venne interrata e ricoperta da strade e ciclabili.
Questa operazione cancellò di colpo alcuni tratti distintivi del nostro paesaggio e segnò in modo emblematico la fine di un’immagine che aveva accompagnato per secoli la vita quotidiana in queste terre. Il fitto reticolo delle acque e le attività che intorno ad esse si erano sviluppate avevano modellato in modo profondo il disegno della città e dei campi e avevano condizionato  gli stili di vita dei suoi abitanti. E’ vero che buona parte delle attività che si svolgevano intorno a queste acque si era oramai persa, a cominciare dai lavori agricoli, ma certo quello che ancora si era preservato e che costituì la perdita maggiore, era quell’insieme di scorci e paesaggi che ritroviamo in alcune foto del secolo scorso e che facevano de La Santa un piccolo “borgo d’acqua” assolutamente unico e particolare.

IL LAMBRO

Non è certo nostra intenzione in questa sede illustrare la storia e la natura del Lambro. Questo discorso ci porterebbe troppo lontano rispetto agli obiettivi di questo articolo. Ci limiterermo ad alcuni accenni.
A tal proposito può essere comunque già di per sè molto significativa la riproduzione presente in questo Sito nella sezione “Documenti” della cosiddetta “Carta del Barca”, alla cui visione appunto rimandiamo.
Si tratta di un disegno seicentesco custodito all’Archivio di Stato di Milano, che illustra il corso del Lambro dai laghi di Alserio e Pusiano fino all’incrocio con il Naviglio della Martesana, ad opera dell’ingegnere milanese Pietro Antonio Barca, esperto di architettura militare e civile, soprattutto di canalizzazione, noto oltretutto come costruttore del palazzo di Giustizia di Milano.
Il disegno, con l’indicazione dei mulini posti lungo le sponde, nonché delle bocche per la derivazione dell’acqua, è del 1615 e venne allegato ad una relazione redatta dal Barca e dell’ altro ingegnere collegiato di Milano Pietro Robbiati, allo scopo di suggerire l’attuazione dei lavori che consentissero un maggior sfruttamento delle acque per gli usi irrigui e industriali.
Dalla visione di questo documento si percepisce immediatamente quanto già da allora il  Lambro rappresentasse per tutto il compendio brianzolo un asse portante per tutta l’attività agricola e manifatturiera e come anche all’altezza de La Santa non mancassero impianti e opere idrauliche, del resto, come vedremo, già attivi da tempo.

Questo ruolo del Lambro prosegue e si consolida nel tempo se, con un salto di tre secoli, apprendiamo da un opera di fine ‘800 del conte A. Cavagna Sangiuliani di Gualdana (“ Alcune notizie storico-statistiche intorno al fiume Lambro”) che, oltre all’impiego irriguo delle sue acque su un’area stimata di 1500 Kmq, gli opifici presenti sul Lambro fino alla Martesana erano :

  • nella Provincia di Como           34 mole da grano
    1 mole da olio o molazze
    3 mole per magli
    3 mole per filatoi
  • nella Provincia di Milano       242  mole da grano
    10 mole da olio o molazze
    1 mole d’armi
    5 filature di cotone
    1 sega di legnami
    4 cartiere

Visto dunque il ruolo strategico delle acque del Lambro, è evidente come si rese da subito necessario regolamentarne l’utilizzo da parte dei diversi utenti, che poterono spesso con una certa facilità alterare i manufatti che regolavano il flusso delle acque nelle loro rogge irrigue o molinare, alterando pesantemente il corso delle acque del fiume e creando danni agli altri utenti a valle.
Già nel tardo Medio Evo negli Statuti di città come Milano e Monza si introdussero norme che cercarono di evitare soprusi e contenziosi perenni in merito all’utilizzo delle acque di superficie sia per fini irrigui che per i mulini. Ancora nel 1679 una Grida del Magistrato straordinario di Milano Lamentava i consueti “disordini” degli utenti che ne derivavano l’acqua per l’irrigazione in quantità maggiore di quella prevista dai loro titoli e privilegi senza restituirla al fiume e ne occupavano l’alveo con speroni e chiuse per farne entrare quantità maggiori nelle loro bocche molinare; con gravi conseguenze per gli utenti a valle e con il risultato che il Lambro in molti mesi dell’anno arrivava alla confluenza con il Naviglio della Martesana completamente asciutto. Ai proprietari dei mulini veniva allora imposto di allestire delle “spazzere” che dovevano restare aperte quando questi non erano in attività, restituendo così acqua al fiume. Come ultriore rimedio ai “disordini” denunciati si prevedeva la nomina di un Camparo e di un Sottocamparo ai quali veniva affidata la gestione del fiume e la regolazione dei diritti degli utenti. I Campari però non erano stipendiati dal Regia Camera Fiscale ma dagli stessi utenti ai quali avrebbero dovuto far rispettare le disposizioni della Grida, pregiudicandone un efficace controllo.
Furono del resto veramente tante le Grida con le quali le diverse dominazioni che si succedettero al governo del Ducato di Milano cercarono di regolamentare le modalità di uso della risorse idriche; ciò condizionò non poco tanto l’assetto socio-economico del paese che le condizioni di vita quotidiana delle sue genti.

Per quanto riguarda il Lambro in particolare vogliamo qui riportare le disposizioni contenute nella Grida del 26 luglio 1756 :

“ le quali dietro ordine dell’ Imperial Regio Governo venivano ristampate nel 1852, per la più comune intelligenza del loro contenuto. La Grida prescrive quanto segue in vista dei molti disordini che si verificavano nel fiume Lambro a pregiudizio del pubblico e privato interesse;
cioè :
1.° Che non si dovessero divertire le acque del fiume, ma che si lasciassero decorrere nel suo alveo, non essendo facoltativo di usarle per adacquar prati se non dietro la dovuta licenza, privilegio o concessione regia, sotto la pena in caso di trasgressione di scudi trecento.
2.° Che tutti gli utenti delle acque del Lambro non dovessero usurpare né eccedere nel godimento delle stesse acque, oltre il limite delle rispettive concessioni, minacciando i trasgressori di far chiudere loro le bocche di derivazione.
3° Che niun mugnaio né altro proprietario dei mulini esistenti sul Lambro si facesse lecito di far produrre alcun rigurgito nelle sue acque trattenendole in qualsiasi modo, dovendo gli stessi mugnai e proprietari lasciar decorrere le acque nei rispettivi scaricatoj (spazzere), obbligando quelli che non avevano gli scaricatoj a farli costruire nel termine di otto giorni dopo la pubblicazione della Grida, affinché le acque potessero defluire liberamente nell’alveo del fiume. I trasgressori dovevano essere puniti con una multa di scudi cento.
4.° Che tutti quelli che avevano il diritto di tenere una bocca, un bocchello, un incastro o cavo qualunque per estrarre le acque dal fiume Lambro, e che trovassero in qualsiasi modo la bocca rotta o dissestata, dovessero tosto ripararla riducendola in istato regolare, lasciando per tale operazione il termine di un mese, decorso il quale si sarebbe fatto eseguire il lavoro d’ufficio ed a spese del renitente proprietario.
5.° Che nel termine di quindici giorni dalla pubblicazione della Grida venissero otturate tutte le incanalature (scanoni) che si trovassero lungo le sponde del fiume, riparando anche a qualunque rottura, onde non succedesse alcuna distrazione di acqua, sotto la pena di farli otturare d’ufficio a spesa dei proprietari renitenti, oltre alla multa di scudi cento.
6.° Che restava assolutamente vietato a chiunque di praticare alcuna chiusa attraverso del fiume, né lungo le sponde del medesimo, né costruire pendii, né ripararli qualora vi esistessero, né mettere vintinate od altri ostacoli sotto qualunque titolo di riparazione o difesa senza I’espressa licenza del Magistrato Camerale dello Stato di Milano, il quale secondo la qualità dei casi si riservava di giudicare se fosse necessaria una visita , oppure se bastasse l’assistenza del camparo per l’opportuna provvidenza, e ciò sotto la pena di scudi duecento onde cosi tutelare gli interessi degli utenti inferiori non meno che il naviglio della Martesana, nel quale vanno a scaricare le acque del Lambro.
7.° Che non fosse lecito di pescare in detto fiume eccettuati quelli che ne possedevano il diritto da riconoscersi dal Magistrato Camerale; proibendosi inoltre di dar l’esca al pesce sotto le medesime pene indicate superiormente.

 

Oltre alle suddette prescrizioni si ingiungeva inoltre nella precitata Grida di ubbidire agli ordini che sarebbero stati dati dai campari, prescrivendo la tangente che doveva pagare ogni utente delle acque del Lambro.

 

“ Grida del 1621 che istituisce una tassa di cinque scudi per ogni mola dei mulini siti sul Lambro da Monza in su e di sei scudi da Monza in giù , non potendo più godere detti mulini delle precedenti deduzioni applicate alle cavate dei mulini sul Lambro ed altri fiumi reali“

LE ROGGE

La Gallarana

La Roggia Gallarana ha una storia antica e dobbiamo la sua realizzazione a Fazio Gallerani. Di origini senesi la famiglia Gallerani approdò a Milano agli inizi del Quattrocento quando  Siglerio Gallerani, giurista di partito ghibellino a Siena, si vide costretto a rifugiarsi nella capitale viscontea a causa del predominio  guelfo. Qui iniziò la carriera di funzionario pubblico che i figli Bartolomeo e Fazio proseguirono poi brillantemente a partire dal 1450.
Il membro della famiglia che viene comunque più spesso citato è Cecilia, figlia di Fazio, che fu l’amante di Ludovico Sforza “il Moro”, raffigurata da Leonardo da Vinci nel noto dipinto della “Dama con l’ermellino”. I ruoli ricoperti dai Gallerani presso la corte ducale permisero alla famiglia di mantenere un tenore di vita elevato e crearsi un cospicuo patrimonio terriero in Brianza, in particolare a Carugate dove Fazio si era fatta costruire una villa, ancora esistente, chiamata appunto la “Gallarana”.  A inizi ‘700 comunque di questo ricco patrimonio dei Gallerani resterà poco, essendo esso oramai smembrato in vari rami  secondari e passaggi ereditari.
E fu proprio per l’esigenza di irrigare quei terreni che Fazio Gallerani ottenne dal  duca Gian Galeazzo Sforza il Privilegio di poter scavare una roggia che dal Lambro portasse acque fino a Carugate: appunto la Roggia Gallarana.  Fazio agiva oltretutto per nome e per conto di altri proprietari terrieri egualmente interessati all’uso di queste acque. Non ci è possibile identificare questi altri utenti se non la ricca famiglia monzese dei Rabbia.

TAVOLA 3
Le sorgenti delle rogge Gallarana e Ghiringhella presso i Piani d'Erba e Incino

In forza dunque delle due concessioni, una datata 14 agosto 1475 e l’altra 7 gennaio 1476 Fazio ottiene di poter aprire questa roggia con esenzione da ogni carico tributario per lui e i suoi eredi dimostrando di immettere una pari quantità d’acqua a monte, da alcuni terreni montuosi e improduttivi acquistati proprio a tale scopo dalle parti dei Piani d’Erba, tra i laghi d’Alserio e Pusiano. Qui alcuni fontanili e  sorgenti andavano a formare il primo tratto della roggia che si incanalava nel Lambro in località Ponte Nuovo a Merone. (vedi Tav.3).
Il Privilegio poneva ben chiare condizioni rispetto alla qualità delle acque che si dovevano introdurre nel Lambro:

  • Dovevano scaturire da sorgenti e fontanili di proprietà dei Gallarani;
  • Dovevano derivare da “condotti nuovi e insoliti”;
  • Dovevano essere acque “vive e continue” (quindi non piovane né di scolo);
  • Che il tutto si svolgesse “senza ingiuria e danno d’alcuno”.

Fatte le debite misure si quantificò la quantità d’acqua immessa in 20 once, potendo così il Fazio prelevarne altrettanta dal bocchello da collocarsi nel sito a lui più conveniente. Con successiva deliberazione ducale venne aggiunta 1,5 oncia in più, a compensazione delle spese sostenute dai Gallarani per scavare la roggia.
Così all’altezza della località Sesto Giovane o Spadit  in territorio de la Santa (attualmente via Molino Sesto Giovane) da apposita chiusa sul Lambro si derivò il secondo e principale tratto della Gallarana che, passando per Monza, S.Albino e Agrate (Mulino dell’Offellera) arrivava appunto a Carugate dividendosi in più rami fino alle cascine Galeazza, Graziosa e Fidelina (Vedi Tav. 4).
I Gallarani scelgono probabilmente il sito suddetto per “cavare acque dal Lambro” perché già sede di terreni e mulini di loro proprietà. L’apertura della roggia rappresentò subito per i Gallarani ma anche per tutta la comunità villasantese un fattore di ricchezza e valorizzazione di tutti i terreni attraversati e di opportunità per nuove attività artigianali.
Non mancarono, come vedremo, anche le controindicazioni.

Durante il lungo periodo di attività della roggia, ai Gallarani si affiancarono e poi si sostituirono soprattutto a partire dal 1700 non pochi nuovi proprietari e grandi utenti della Gallarana. Tra tutti gli utenti, grandi e piccoli, si stabiliva la quantità d’acqua spettante a ciascuno. Questa veniva misurata in “giornate”, anche frazionate, in cui ognuno poteva aprire le sue chiuse per ricevere l’acqua. Questo diritto era direttamente legato alle vicende proprietarie dei terreni irrigati.

TAVOLA 4
Carta idrografica delle Provincie di Milano e Como con il percorso delle due rogge Gallarana e Ghiringhella

La responsabilità della conduzione e manutenzione della roggia era demandata ai maggiori utilizzatori delle sue acque che via via si succedevano. Si tratterà sempre dei più importanti proprietari terrieri (Recalcati, Scotti, Sechi, Omodeo, Casnedi) presenti lungo il corso della roggia, nobili e ecclesiastici, che rivendicarono costantemente il diritto a non pagare alcuna tassa sulle acque impiegate sia per i mulini che per irrigazione in forza dell’antico privilegio concesso a Fazio Gallarani. A tal riguardo esiste una ampia mole di ricorsi e contenziosi tra gli utenti della roggia e il Magistrato delle Entrate, che ci permette soprattutto di seguire proprio il succedersi dei diversi utilizzatori.

Frontespizio del processo intentato nel 1547 dai Canonici di S.Giovanni di Monza contro Galeazzo Gallarani per l'uso delle acque del Lambro

Ma ancora più vasta e ricca documentazione riguarda il contenzioso che sorse fin dai primi del ‘500 tra i Gallarani e gli utenti del Lambro a valle della chiusa di Sesto Giovane. Questi ultimi lamentarono ben presto la forte scarsità di acque nel fiume a seguito della sottrazione dovuta alla presa della roggia. In particolare i Canonici di S.Giovanni Battista di Monza in forza di un Privilegio ducale del 1415 (quindi precedente a quello del 1475) accamparono sempre il diritto, in caso di siccità, di poter attingere alle acque dei Gallarani

. Per dare un’idea della grave penuria d’acqua del Lambro vogliamo solo citare quanto dichiara  in un verbale del 1668 Andrea Tornago detto il Rizzo, oste e pescatore abitante nel comune di Costa Taverna territorio della Santa:
“…mi ricordo aver visto che detti prati (alla Santa)  erano del tutto asciutti in maniera tale che nel medesimo cavo del Lambro vi nasceva l’erba che si sarebbe potuto seminare del formentone nel mese di maggio e anco raccoglierlo a suo tempo maturo”.

Del resto, oltre al danno economico per i proprietari dei mulini e delle terre, il problema era proprio costituito dal frumento e dal grano che i mulini di Monza non riuscivano più a macinare, dovendo così rivolgersi ad altri mulini lontani con ricarico di prezzo e conseguenti moti di protesta popolare. Anche per questo le Autorità di volta in volta competenti posero sempre molta attenzione al problema e più volte intervennero per imporre interventi di manutenzione e corretto uso delle rogge.
Va subito detto che responsabile di tale siccità non era solo la Gallarana ma anche altre due prese d’acqua sempre presso Sesto Giovane: quella della Ghiringhella (vedi sotto) e quella di un’altra roggia di S.Giorgio.

Fatto sta che gli utenti monzesi a valle  cominciarono una guerra legale contro i Gallarani prima e i successivi grandi utenti poi, che durerà fino a tutto l‘800.
In particolare veniva messo in discussione il corretto quantitativo di acque che veniva convogliato nella Gallarana (ma anche nelle altre rogge), molto più alto di quello che teoricamente veniva immesso a monte nel Lambro. Più volte ad esempio i Gallarani vennero colti in fallo e obbligati ad intervenire sui loro fontanili e rogge nei Piani d’Erba per “spazzarli” e riattivare il previsto flusso di acque nel fiume o anche per sistemare la chiusa di presa delle acque a Sesto Giovane, spesso rotta e senza controllo.

Particolare della mappa catastale del 1721 relativa al territorio del Comune di Sesto Giovane (poi unito a quello di Villa con San Fiorano) fino alla Cascina Casotto.

Si può notare come presso i mulini di Sesto Giovane (attuale via Molino Sesto Giovane o, come da tradizione, “ai Spadit”) si concentrasse il passaggio di ben tre rogge:

 

  • la roggia Ghiringhella che arrivava dalla località del Molinetto, ora in territorio di Arcore;
  • la roggia Gallarana che nasceva proprio in quel sito;
  • la roggia molinara che azionava i mulini.

 

In epoche più moderne la gestione della Gallarana (come in po’ di tutti questi corsi d’acqua artificiali) venne affidata ad un Consorzio costituito da tutti gli utilizzatori delle sue acque.
Inizialmente si trattò di un semplice “Consorzio tacito”, dove cioè i pochi maggiori utilizzatori ne costituivano gli amministratori di fatto (Gallarani, Rabia, Casnedi) e decidevano in merito a tutti gli interventi di manutenzione e regolamentazione, ripartendo poi le spese tra tutti i “consorti”. Già però nel 1647 gli Utenti della Gallarana  ottennero il riconoscimento dal Governo ducale di un loro Statuto e “Regolatoria”, potendo così usufruire della delega fiscale di rivalersi direttamente sui consorziati per il rimborso delle spese di manutenzione e per l’esazione delle multe. Questo permetteva al Consorzio di poter operare tempestivamente in occasione di interventi di manutenzione straordinaria od urgenze particolari, ripartendo in autonomia le spese e senza dover ricorrere all’intervento della Magistratura. Il Consorzio della Gallarana si strutturò sempre di più definendo le figure dei “Conservatori” (principali utenti) che nominavano il “Primo Conservatore” , una sorta di Amministratore delegato del Consorzio. Verso la fine dell’800 il Consorzio entrò in concorrenza con quello del Villoresi, che poté da sempre godere di maggiore considerazione e capacità di fornire servizi migliori agli utenti. Fu sempre più difficile per il Primo Conservatore richiamare tutti i partecipanti al rispetto del regolamento consortile e soprattutto alla copertura delle spese di manutenzione e pulizia della roggia e delle chiuse.
L’antica concessione ducale venne revocata nel 1928 quando furono nazionalizzate le sorgenti nei Piani d’Erba e da allora si dovette chiedere periodicamente al Genio il permesso di prelevare l’acqua nelle quantità ottenute. Il Consorzio si sciolse nel 1969, sia per un oramai ridotto utilizzo per gli usi tradizionali (irrigazione e mulini) sia per lo stato di abbandono di molti suoi tratti e la presenza di un forte inquinamento nelle sue acque. Venne ceduto ogni diritto di acquedotto ai Comuni interessati al suo passaggio e Villasanta, come buona parte di tutti gli altri, utilizzò parte del suo corso per l’interramento dei condotti fognari, ricoprendo il tutto con nuove strade e piste ciclabili

 

Nel 1615 il Magistrato delle Regie Entrate Straordinarie ordina che entro tre giorni gli utenti della roggia Gallarana, sotto elencati, debbano pagare al Notaro della Regia Camera gli importi di loro pertinenza a coprire il costo totale dei lavori per le “reparazioni, fabriche e spazature”  effettuate alle teste delle sorgenti della roggia nei Piani di Erba.

Fra i maggiori contribuenti appaiono Fabrizio e Federico Gallarano, Emilio Omodei e i fratelli Rabbia di Monza.

Da notare come la chiusa a valle del Lambro per la presa d’acque della roggia Gallarana è detta nel territorio di “Sesto Calende”, Corte di Monza. L’estensore del documento confonde il nostro Sesto Giovane con l’altra località di Sesto in provincia di Varese.
Sono del resto numerosi i casi di confusione e sovrapposizione del nome di questa nostra località con quelle sia di Sesto Calende che di Sesto Giovanni.

La Ghiringhella

La Roggia Ghiringhella o de Gradi (antico nome di Agrate) ci racconta una storia simile a quella della Gallarana. In questo caso è Ludovico re di Francia a concedere nel 1501 il Privilegio di scavare una roggia a Giacomo Filippo Pecchi detto Fra’ Ghiringhello e a Galdino Carpano, perché porti acqua dal fiume Lambro ai loro terreni siti ad Agrate. Questo Privilegio verrà ulteriormente ampliato su richiesta dei Ghiringhelli nel 1570, ottenendo di poter “cavar dal Lambro” ancora più acque sempre dalla bocca della loro roggia. I proprietari e maggiori utenti ne furono  infatti per lungo tempo proprio i membri della famiglia Ghiringhelli,  stabilitasi fin dal ‘400 in Agrate dove vantava vasti possedimenti  per la cui irrigazione chiesero  appunto la possibilità di attivare questa roggia (da cui il nome originario di Roggia de Gradi).

Frontespizio copia settecentesca del Privilegio del 1501 concesso dal re di Francia (per breve tempo signore di Milano prima degli Spagnoli) per estrarre le acque del fiume Lambro nel territorio della Santa.

Sempre nel 1400 i Ghiringhelli assumono per passaggio ereditario anche il secondo nome di Pecchio e suoi esponenti li ritroviamo sempre in Agrate fino al ‘700 con titoli di decurioni, cavalieri di S.Stefano, magistrati e religiosi.
Anche in questo caso il privilegio con annessa esenzione tributaria viene dato in forza di acque che vengono immesse nel Lambro da fontanili, sorgive e rogge posseduti dai richiedenti nel Piano d’Erba tra i laghi d’Alserio e Pusiano.(VediI Tav.3). Dopo la prima concessione del 1501, lo stesso Fra Ghiringhello nel 1508 fu autorizzato ad accrescere la portata del bocchello di prelievo delle acque dal Lambro di altre 8 once, a fronte di ulteriori immissioni nel tratto iniziale del fiume.

Anche per la Ghiringhella, a questo tratto superiore che si immette a monte nel Lambro seguiva a valle il più importante tratto inferiore che partiva dalla chiusa sul Lambro che il documento del 1501 cita “ in territorio della Sancta, vel ibi prope” ( = alla Santa, o lì vicino). In effetti siamo un po’ più a nord della chiusa della roggia Gallarana e quindi già nell’attuale territorio di Arcore. Con precisione la chiusa si trovava tra il Molinetto e il Mulino di mezzo o Taboga, all’altezza della cosiddetta “punta” del Lambro. Oltretutto questa presa d’acqua sul Lambro si immetteva su di un preesistente fontanile che sgorgava più a nord del Taboga, quasi in territorio di Lesmo e che costituiva quindi l’origine primaria della Ghiringhella (vedi Figura 4).

Se a noi è attualmente ben chiara la collocazione della bocca della roggia sul Lambro, altrettanto non possiamo dire per gli antichi estensori dei tanti documenti relativi alle vicende della Ghiringhella. Nel 1517 viene ubicata “de sopra de la chiusa della folla”, con un primo riferimento ad un mulino da folla situato a poca distanza. Nel 1580, in un contenzioso tra I Ghiringhelli e i Canonici di Monza, la ritroviamo ancora in territorio della Santa (in territorio Sanctae vel de supra ibi  (= alla Santa, o di poco sopra). Ancora più confusa è l’indicazione che troviamo in un ricorso fiscale dei Ghiringhelli del 1593. Qui si parla di una “ Bocca in loco detto del Guadio o della Folla del loco della Santa territorio di Arcore pieve Vimercate” o anche solo “in dicto loco della Folla de supra dicto loco Sancte”. Resta la primaria collocazione presso la Santa ma appare anche Arcore, che solo nel ‘700 si vedrà attribuire definitivamente la competenza del sito. Viene poi confermata la vicinanza della bocca ad un mulino da folla, che possiamo collocare nell’attuale località del Molinetto e che nel 1506 diviene di proprietà proprio dei Ghiringhelli.

Particolare della mappa del Catasto Teresiano del 1721 del Comune di Arcore relativa alla località del “Molinetto“.

Nella figura si distinguono :

  • il fontanile che arrivava da Peregallo e che alimentava la roggia Ghiringhella;
  • la chiusa dalla quale si originava la roggia;
  • la roggia molinara che alimentava le ruote del “Molinetto” e che poi rientrava nella stessa Ghiringhella.

Più a sud, nella parte inferiore destra del disegno, appare la cascina “Ca’ bianca” e il primo tratto dell’attuale via Molino Sesto Giovane di Villasanta.

 

Dal bocchello la roggia  scendeva poi a sud verso la Santa correndo quasi parallela con la Gallarana fino all’attuale Piazza Daelli dove piegava decisamente verso est, attraversava il territorio di Concorezzo e arrivava ad Agrate fino all’omonima cascina Ghiringhella.(vedi tav.4)

Come per la sua nascita così anche per le vicende che ne accompagneranno la storia, possiamo citare per analogia quanto detto per la Gallarana. I contenziosi fiscali e le contestazioni tra gli utenti del Lambro sono altrettanto numerose che per l’altra roggia villasantese.
A tal proposito vogliamo citare unicamente il contenzioso tra il Governo di Milano e il nobile Gerolamo De Capitani d’Alsago (la cui famiglia fin dal ‘700 aveva acquisito i beni dei Ghiringhelli). Siamo nel 1824 e ancora le autorità del tempo devono intervenire pesantemente per imporre agli utenti della Ghiringhella la pulizia dei fontanili e delle rogge che immettevano a monte acqua nel Lambro. In questo caso si interpella il De Capitani quale maggior utilizzatore della Ghiringhella e a patire della scarsità d’acqua non sono più solo i campi e i mulini ma anche le nuove attività manifatturiere nel frattempo sviluppatesi lungo il Lambro.

Anche per la Ghiringhella vale lo stesso discorso fatto per la Gallarana in merito alla costituzione in epoca moderna del Consorzio della Ghiringhella. Vale la pena accennare a come intorno alla metà del ‘700 il tributarista milanese Paolo Domenico Ghirlanda, divenuto Primo Conservatore del Consorzio della Gallarana iniziò un percorso di aggregazione tra i due Consorzi, che avevano in comune alcuni dei più importanti Conservatori (utenti). Il progetto per quanto lungimirante non riuscì a realizzarsi, anche per la morte del Ghirlanda, lasciando i due Consorzi a fronteggiare da soli la futura concorrenza di un ben più solido Consorzio, quello del Villoresi. Questo canale in zona Carugate scorreva per un tratto parallelo alla Ghiringhella, tanto che ai primi del ‘900 fu necessario utilizzare acque dal Villoresi per mantenere in buona attività la nostra roggia. La Ghiringhella comunque, come del resto il suo Consorzio, subirà la stessa sorte della Gallarana e finirà per essere intubata e ricoperta negli stessi anni ’70 del 1900.

Il Lambretto, la Roggia dei Frati e la Roggia Violasca

La  roggia nota con il nome di “Lambretto” ha uno sviluppo ben diverso dalle precedenti. Si tratta infatti di un corso d’acqua che esce dal Lambro (vedi foto) all’altezza della cascata del Dosso (edificio addossato al muro del Parco in fondo all’attuale via Deledda) per rientravi all’altezza dei Mulini Asciutti dopo aver compiuto un breve percorso ad arco. Ha dunque essenzialmente i connotati di una “roggia molinara” al servizio delle ruote dei  “Mulini asciutti” ( vedi articolo sui Mulini in particolare nel paragrafo sui “Mulini Asciutti”) e dell’irrigazione dei campi limitrofi.
L’origine di questa roggia è decisamente più incerta rispetto a quanto visto per le altre, pur se probabilmente anche in questo caso dobbiamo andare indietro fino al XV° secolo.
Il riferimento a cui ci rifacciamo risale al Privilegio del 1464 con il quale il Duca Biancamano Sforza concede ai Reverendi Padri Francescani del Convento delle Grazie di Monza la possibilità di utilizzare le acque del Lambro per irrigare i loro campi e azionare mulini senza ricarico alcuno di tributi e spese. Di questo Privilegio i Frati delle Grazie si avvarranno spesso nei secoli successivi, per resistere ai vari tentativi fatti sia dal Fisco che dagli altri utenti del Lambretto di far partecipare il Convento alle spese e carichi fiscali gravanti sulle acque della roggia.

In questo particolare della mappa catastale del 1721 del Comune di Monza appare tutto il corso del “Lambretto”.

Nell’angolo superiore destro si vede la sua origine dalla chiusa presso la località del Dosso e in basso a sinistra la sua confluenza nel Lambro.
Nella parte inferiore del disegno, a ridosso delle case della Santa, appare il corso della Gallarana.

Dal Lambretto partivano poi la Roggia dei Frati, subito dietro la Cascina Bergamina, e poco più avanti la Roggia Violasca.
In basso a destra i “Mulini Asciutti”.

Ora non sappiamo di preciso dove a quella data venne collocata la chiusa per deviare le acque del Lambro verso il  Convento, ma sappiamo dell’esistenza della Roggia dei Frati che partiva proprio dal Lambretto per arrivare al Convento (vedi “Carta del Barca” del 1615 e il disegno del “Lambretto del 1732” nella sezione “Documenti” del Sito). Si può ragionevolmente supporre che fin dall’inizio i Frati utilizzarono questa roggia e quindi dedurne la presenza del Lambretto fin dal 1464.
Facendo inoltre riferimento al suo ruolo di roggia molinara, la sua esistenza va direttamente collegata alla presenza dei mulini. E abbiamo sicura testimonianza della loro presenza in questo sito nel XIV° secolo, con buone probabilità di una loro ben più antica preesistenza.
Oltre alla più diffusa e popolare denominazione di “Lambretto” (nome che del resto è utilizzato anche per altre rogge del Lambro) in più testi e carte questa roggia appare col nome di Roggia dei Mulini Asciutti o anche Roggia dei Mulini Antichi.

L'attuale bocca del Lambretto con la chiusa sul Lambro presso la cascata del Dosso.

Si fa chiaramente riferimento ai mulini che ritroviamo nella parte terminale del suo corso, chiamati appunto “Mulini Asciutti” (vedi articolo sui Mulini). Non mancano anche dizioni come Roggia del Parco e Bocchello dei Prati per la chiusa da cui si origina (come la contigua Cascina dei Prati poi conosciuta come Erba).
Il ridotto sviluppo del suo corso e il rappresentare una sorta di piccolo e breve braccio secondario del Lambro, ne hanno probabilmente determinato la sopravvivenza fino a noi. Questa è stata infatti l’unica roggia che è sfuggita al triste destino della intubatura e interramento. Inoltre, dopo anni di degrado e abbandono, ultimamente il suo letto e le sue sponde sono state in parte ripulite, restituendoci una seppur minima parvenza di quel perduto paesaggio di “terra ed acqua” che tanto caratterizzava questa parte del nostro paese.

Per chiudere questo paragrafo dobbiamo accennare anche alla Roggia Violasca.
Le informazioni che ne abbiamo sono scarse e incerte tanto da renderci difficile una chiara individuazione del suo corso. In un documento del 1542 un certo Ludovico Marliano si dice proprietario di “un molandino su la roza appellata Violasca nel luoco della Sancta territorio di Monza”. In  una relazione sulle acque del Lambro del 1517, nella Carta del Barca del 1615 e nel disegno del corso del Lambretto del 1732 (vedi per gli ultimi due la sezione Carte e Documenti) si cita una bocca violasca, dalla quale possiamo pensare si dipartisse appunto la roggia Violasca. La più probabile collocazione della Bocca è proprio sul Lambretto, subito dopo i Mulini Asciutti. Il Barca la dice al servizio dei prati di proprietà dei nobili Scotti e del resto lo stesso Marliano, oltre al mulino, è fittavolo di 30 pertiche degli stessi F.lli Scotti. Possiamo quindi pensare alla Violasca, insieme del resto alla roggia dei Frati, come ad una derivazione dal Lambretto in direzione Sud verso Monza che dopo breve corso, si ricongiungeva probabilmente con il  Lambro.

La Molgorana

In questo caso dobbiamo parlare non di una roggia bensì di un piccolo torrente naturale che entrava nel territorio di Villasanta al confine con Arcore lungo il percorso della ex Statale 36 (attuale via Leonardo da Vinci). All’altezza di Piazza Daelli il corso d’acqua piegava decisamente verso Sud-Ovest andando a confluire nel Lambro poco sopra il Dosso e la bocca del Lambretto, dopo aver scavalcato la roggia Gallarana ai “Preett”.

Il torrente nasceva da vari rami che confluivano poi in un unico corso subito a nord di Arcore. Le fonti si trovano a ridosso delle prime collinette di Camparada, Lesmo e Usmate-Velate. La prima documentazione che ne abbiamo risale al 1070 dove viene citato come Torrente Brigulana, che poi il dialetto trasformerà in Mulgurana e l’italiano in Molgorana.
Il Catasto Teresiano del 1721 lo riporta come Torrente Brugurana mentre quello Lombardo/Veneto del 1850 come Torrente Molgora (creando confusione con l’omonimo piccolo fiume che scorre più a Est nel vimercatese.
Attualmente il tratto finale del torrente è incanalato in una confluenza diretta nel Lambro andando a scavalcare anche il Lambretto (vedi foto), proprio a ridosso della stessa.

Il letto del torrente Molgorana scavalca il Lambretto in zona Dosso

Non è però sempre stato così. Mappe del ‘700 ci indicano che a quella data il torrente sfociava non nel Lambro ma nel Lambretto, a sua volta collegato subito a valle da un canale tracimatore col Lambro.
Da documenti del ‘700 e dalle mappe del Catatsto Teresiano si evidenzia una particolarità del corso di questo torrente tra Arcore e Villa San Fiorano. Sulle mappe non risulta infatti alcuna indicazione della presenza di questo torrente se non nel tratto finale che sfociava nel Lambro. Si può far risalire questo fatto a quanto apprendiamo da documenti di fine ‘700 dove i Comuni di Arcore e Villa San Fiorano richiedono alle Autorità Provinciali di intervenire con opere di salvaguardia e regimentazione delle acque del torrente Molgorana in occasione dei gravi danni recati dalle sue piene. In particolare si evidenzia il grave disagio derivante dall’impossibilità in queste occasioni di utilizzare la strada tra i due Comuni che utilizzava per il suo sedime proprio il letto del torrente, a cominciare dalla biforcazione dove di innestava la strada che portava a Nord verso Lesmo e Casatenovo. Non a caso a quella petizione si uniranno anche i Comuni  da Lesmo in su. Sembra dunque che, per lo meno in regime di siccità, la strada e il torrente occupassero per un certo tratto lo stesso alveo con tutti gli evidenti disagi che questo poteva comportare per la sicurezza della viabilità del tempo.

Particolari della mappa catastale del 1721 del territorio di Villa San Fiorano.
A sinistra il corso del torrente verso il confine con Arcore dove non appare una chiara indicazione del torrente Molgorana.
A destra invece il tratto finale del torrente prima di immettersi nel Lambro. Si vede come subito sotto la Cascina Dossello il torrente era chiuso in un canale che lo portava al Lambro. Si individua anche il corso delle due rogge Ghiringhella (in alto a destra) e Gallarana (a sinistra),

Come per le rogge Gallarana e Ghiringhella anche la Molgorana ha affrontato un destino di intubatura e copertura. I primi lavori iniziano in territorio di Arcore negli anni ’30, quando già allora le sorgenti originarie alimentano a fatica il torrente. I lavori proseguono poi fino ad arrivare negli anni ‘80 anche al tratto sul nostro territorio. Oramai resta scoperto solo il tratto finale del torrente poco fuori delle mura del Parco in zona Dosso anche se si tratta per lo più di un letto quasi sempre asciutto se non in caso di piogge abbondanti.

I Fontanili

Anche Villasanta era interessata dal fenomeno dei Fontanili o Risorgive, tipico di tutta la Pianura Padana e della fascia pedemontana. Questi non sono altro che sorgenti di acqua dolce che emergono  naturalmente (Risorgive) o con l’intervento dell’uomo (Fontanili). Il fenomeno si sviluppa in corrispondenza di materiali geologici impermeabili che permettono alle acque della falda freatica di affiorare. L’acqua riemerge in corrispondenza della testa del Fontanile per scorrere poi lungo l’asta dello stesso da dove viene prelevata essenzialmente per usi irrigui.
Negli anni più recenti la fitta rete esistente di questi corsi d’acqua si è completamente disseccata, in seguito al progressivo abbassamento della superficie della falda freatica. Il profondo rimaneggiamento del territorio e l’intensa edificazione hanno causato la loro progressiva scomparsa.

A Villasanta la loro presenza era concentrata lungo la parte Ovest del territorio essenzialmente a ridosso del corso del Lambro. In particolare ricordiamo due Fontanili: il Fontanile dei Castelli e quello Della Somaglia ( vedi Tavola 2).

 Il primo è decisamente il più antico e possiamo farlo risalire ai primi del ‘600 (vedi Carta del Barca). La famiglia Castelli era un’antica famiglia presente a La Santa fin dal ‘500 con possedimenti presso la Cascina Casotto e i terreni vicini. Il Fontanile dei Castelli aveva la testa in zona Sesto Giovane (attuale C.I.M.) e proseguiva verso sud fiancheggiando la Gallarana. Poco dopo il Casotto piegava a ovest per passare dietro la Villa (vecchia) dove si perdeva nei campi o rientrava nella Gallarana stessa.

L’altro è decisamente più vicino a noi risalendo alla fine dell’800. Prende il nome dalla famiglia Della Somaglia che in questa epoca detiene non pochi possedimenti terrieri in Villasanta (tra l’altro edificherà la “Villa nuova”). La sua testa è sempre in zona Sesto Giovane ma decisamente più a Sud-ovest della prima. L’asta poi segue il corso del Lambro per poi ricollegarsi all’altezza della Villa vecchia con l’altro fontanile e proseguire verso sud fino a finire nel torrente Molgorana poco prima del suo ingresso nel Parco e poi nel Lambro.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA :

  • ASMI (Archivio di Stato Milano) : Acque P.A. – Catasto – Reddito P.A.
  • “Alcune notizie storico-statistiche sul Lambro” – A. Cavagna Sangiuliani di Gualdana (18..)
  • Agrate Brianza tra memoria e futuro”G. Sala Zamparini, M.T. Vismara, Agrate Brianza 1989
  • “Notizie naturali e civili su la Lombardia” – Milano 1844 Carlo Cattaneo