LA SANTA – Parte II° ( Secolo XVI)

Nel 1500 la Santa vive oramai la sua condizione di borgo contadino nell’agro monzese, caratterizzato da una forte mobilità demografica. Cominciamo a conoscere i nostri concittadini del tempo e le loro condizioni di vita, fatte non solo di campagna e agricoltura. Dopo la tragedia dell’epidemia della “Peste di San Carlo”, nasce la Parrocchia di Santa Anastasia, entità culturale e amministrativa sotto la quale per la prima volta si trovarono riuniti tutti i siti e i cittadini che formeranno la futura Villasanta.

1537 - Tutte le comunità della Corte di Monza

Nel XVI secolo iniziamo ad avere qualche notizia più dettagliata sul nostro borgo della Santa che ci permette di approfondire la conoscenza delle condizioni di vita dei nostri antichi concittadini: chi erano e cosa facevano?

Una frazione sempre più autonoma

La Santa restava sotto l’amministrazione della città di Monza, alla quale pensiamo partecipasse con un ruolo del tutto marginale. Monza nel XVI secolo venne data in feudo da Carlo V alla nobile famiglia spagnola dei De Leyva, affiancata nell’amministrazione comunale da un “Consiglio generale” a cui partecipavano i più eminenti rappresentanti degli interessi cittadini (tra i quali non certo i membri della Santa). A sua volta il Consiglio eleggeva un più ristretto “Consiglio dei XII sapienti” e tre “Reggenti”, quali organi esecutivi. A questi si aggiungevano ulteriori cariche e ruoli a cominciare dal Capitano di giustizia o Castellano di Monza ed altri “Officiales” e “Servitores”.
Nelle carte “santesi” del tempo vengono riportati alcuni cittadini indicati come “Consoli”, anche se questo titolo e ruolo non compariva nelle cariche previste dagli Statuti comunali di Monza. I Consoli erano infatti presenti, con soli compiti giudiziari esecutivi (la Giustizia restava in capo ai tribunali milanesi) nei piccoli centri agricoli. Sembra quasi che la comunità della Santa, forte proprio della sua condizione di piccola realtà contadina “separata”, si scegliesse, probabilmente “a voce di popolo”,  i propri Consoli, come forma minima di partecipazione dal basso (1).

Innanzitutto dobbiamo chiarirci a quale territorio facciamo riferimento quando cominciamo a parlare della Santa, toponimo che abbiamo visto durante il XV secolo  si sovrappone ai più antichi di Santa Anastasia e della Villora (o Villola). Non è possibile tracciare con precisione i confini di quella comunità  che non era neanche un’autonoma entità amministrativa. Ci può aiutare la “Carta dei Comuni” tratta dalle mappe del Catasto Teresiano del 1721. Guardando la parte di territorio che, sulla base degli odierni confini, assegniamo alla Santa,  possiamo pensare ad una buona corrispondenza con quelli del 1500 per quanto riguarda la linea di confine a Nord con il Comune di Villa con San Fiorano e con quella ad est verso Concorezzo.

Diverso è il caso per il perimetro a Sud e a Ovest verso Monza.
Dove passava la linea che separava la frazione della Santa dal territorio “cittadino” monzese?

Probabilmente qui i confini della Santa non combaciavano con quelli odierni espandendosi invece verso Monza, ad esempio fino ai terreni circostanti i “Mulini Asciutti” (ora nel Parco) o ai campi e cascine all’altezza dell’attuale Casa Cantoniera di via Lecco.

 

In merito alla documentazione sulla Santa a cui abbiamo potuto accedere in questa nostra ricerca storica dobbiamo premettere come sia stato spesso più difficile raccogliere informazioni su questa comunità piuttosto che sulle altre storicamente presenti nel nostro territorio, quali Villa San Fiorano o Sant’Alessandro. Questo proprio perché la Santa non è mai stata un comune autonomo ma una frazione di Monza e non sempre i dati inerenti questa città hanno preso in considerazione dati scorporati per le diverse frazioni. Per nostra fortuna comunque la Santa rappresentò sempre un territorio monzese “separato” (come ad esempio lo stesso Brugherio) tra i più significativi e quindi spesso degno di distinte documentazioni.

I nostri concittadini

I documenti della prima metà del ‘500 che andiamo di seguito ad analizzare rappresentano proprio il caso in cui si registrarono dati separati per la frazione della Santa. Si tratta di due Censimenti a fini fiscali realizzati dalla Comunità della città di Monza, uno nel 1537 e l’altro nel 1546. Proprio per quanto sopra ricordato, per la Santa manca invece un altro Censo del 1530 che riporta i dati per Villa con San Fiorano (qui riuniti) ma accorpa i dati della Santa a quelli della città di Monza.

 

I primi nomi della lista dei Capifamiglia della Santa nel 1537

               Il primo Censo del 1537 riguarda il rilievo del “Censo Personale”,
una sorta di Irpef del tempo, tributo cioè che gravava sulle singole teste residenti.
Venne riportato l’elenco di tutti i capifamiglia del luogo con la rispettiva  occupazione.

Quali informazioni ci arrivano dunque da questo elenco, oltre all’identificazione dei nomi, a volte curiosi, dei nostri predecessori?
Vennero censiti 37 capifamiglia senza nulla dire in merito alla composizione del loro nucleo famigliare. Possiamo comunque ipotizzare una popolazione complessiva intorno ai 150 residenti. Ricordiamo che nella stessa occasione San Fiorano venne censito per soli 5 “fuochi” (nuclei famigliari) e la Villa (vecchia) per 3.
Ci arriva anche un’interessante fotografia del contesto sociale ed economico. Più della metà delle famiglie sono occupate nei lavori dei campi, quasi tutti “brazanti” (di cui uno anche pescatore) con qualche “massaro”. Questi ultimi erano contadini affittuari (se ne indicano anche il “possidente” affittante) che lavoravano un podere di qualche estensione, per lo più dalle 100 alle 300 pertiche e soprattutto con l’aratro e le bestie necessarie. Costoro quindi rappresentavano il ceto più agiato in ambito “agrario”. I braccianti erano invece i contadini senza terra e senza strumenti di lavoro, coloro che non avevano neppure un campo in affitto (o al massimo di pochissime pertiche) e che quindi dovevano vendere il proprio lavoro a giornata.
Pur essendo parte della città di Monza, la realtà sociale ed economica della Santa si differenziava non poco da quella del borgo cittadino. Già a metà ‘500 a Monza la maggior parte dei residenti era dedita ad attività artigianali e commerciali, mentre solo una minoranza era occupata in agricoltura. La situazione “santese” era invece quella dei tanti villaggi del contado, ad assoluta prevalenza contadina.
Possiamo comunque aggiungere come dal 1500 comincia anche alla Santa a diffondersi la gelsicoltura. Il tipo di attività produttiva più comune era quello dell’allevamento dei bachi da seta. Sebbene si trattasse di una attività svolta a margine di quelle agricole e a livello  domestico, si trattava in molti casi di un significativo arrotondamento economico familiare, gestito tipicamente, come noto, dalle donne. Nei contratti agrari cominciarono ad essere pattuite le modalità di ripartizione delle foglie di gelso tra i proprietari e i conduttori dei fondi. Questo prodotto rientrava tra i “frutti da broche” (raccolti cioè sui rami) e, come per l’uva, veniva per lo più diviso a metà tra le due parti. Sono i germi di quella vera e propria rivoluzione nelle campagne lombarde che nascerà dal fiorire della bachicoltura e della conseguente industria serica.

Ma non era proprio tutta campagna.
In particolare risultavano ben quattro “molinari” che conducevano altrettanti mulini, che possiamo identificare nei tre ”Mulini Asciutti” e l’altro come il mulino sulla Gallarana (all’angolo tra via Confalonieri e via Battisti)(2). I mugnai rappresentavano un gruppo sociale decisamente “benestante” e i mulini che gestivano (mai di loro proprietà) una delle attività più redditizie del tempo.

C’erano anche altri artigiani: ben 2 osti (e quindi due osterie), un fabbro, un “cavalante” (che usava il cavallo per trasporti) e un “cribiò”(che costruiva setacci). Infine da sottolineare la presenza di 4 “vedove povere” che a quanto pare erano esentate dal tributo, in una forma di welfare primitivo.
Di difficile spiegazione la presenza di ben due Consoli (Antonio de Ferrè massaro e Moscatel brazante). A proposito di Consoli, dobbiamo ribadire come il loro peso nel governo della comunità era comunque marginale. Basti pensare che il più delle volte erano analfabeti e quindi del tutto sprovveduti nei confronti sia dei vari funzionari dello Stato che dei potenti del tempo, sia laici che ecclesiastici, grandi possidenti dei terreni e degli immobili.

Stampa cinquecentesca con i lavori al mulino e nei campi.
I primi nomi della lista dei capifamiglia del 1546.

                Il secondo Censo del 1546 rappresenta il Censimento delle “blade”
(provviste alimentari) giacenti presso ogni famiglia, del “perticato”(3), cioè la quantità di terre che queste lavoravano o possedevano e delle “bocche” presenti in ognuna. Il documento è decisamente più ricco di informazioni del precedente e ci aiuta ad approfondire la conoscenza della realtà “santese” del tempo. Poiché i fascicoli qui analizzati vennero compilati nei primi mesi dell’anno, quando la semina dei grani invernali era già avvenuta e i fitti in natura erano già stati riconosciuti ai proprietari dei fondi, le scorte di cibi registrate indicavano sostanzialmente il reddito e le disponibilità alimentari delle famiglie fino al nuovo raccolto.

 

Il primo dato da rilevare è quello della popolazione. Vennero censiti 25 fuochi (nuclei famigliari) con un esatto conteggio delle “bocche” (individui) pari a 95. Se confrontiamo questo dato con quello del 1537 appare un’evidente riduzione sia dei nuclei  che degli abitanti complessivi. Consideriamo che un identico raffronto su Villa San Fiorano mostra invece un forte incremento sia dei nuclei che degli abitanti (da 8 a 12 e da circa 40 a ben 64).
A cosa dunque imputare questo rapido spopolamento registrato alla Santa?
I primi decenni del 1500 furono accompagnati da un prolungato stato di guerre e conflitti che spinsero molti contadini a trovare riparo nei centri di maggiori dimensioni. Quando si ristabilirono condizioni di pace, il flusso tornò ad invertirsi e dai centri maggiori si tornò verso le cascine che dopo il 1530 videro un vero boom demografico. La Santa come parte della città monzese subì probabilmente anch’essa questo fenomeno di deflusso.
Nel 1546 permane chiaramente la prevalenza delle attività legate al lavoro nei campi a cui si dedicano ben 15 famiglie su 25. Si può notare una riduzione nella percentuale di “braccianti” rispetto ai “massari” o a chi ha comunque terre in affitto da coltivare. Tra questi però ben 5 lavorano una quantità di “pertiche” del tutto esigua, appena sufficiente alla sopravvivenza delle loro famiglie.

La santa con le sue rogge e mulini nella Carta del barca del 1621

Si conferma la presenza dei 4 mulini e dei loro “molinari”, che oltretutto arrotondavano le loro entrate lavorando piccoli pezzi di terra che però risultano di loro proprietà, a conferma della loro condizione “benestante”. Non vi è più traccia delle 4 “vedove povere”, non sappiamo se perché non più presenti o perché non ricomprese in questo censimento. Vengono però individuati ben 3 capifamiglia poveri “ai quali non seglie trovato sorte alcuna di blade”, nelle cui abitazioni (miseri tuguri) cioè non si è trovata alcuna scorta alimentare. E’ il chiaro segno della diffusa condizione di sofferenza che affliggeva tutte le famiglie del tempo. Se si escludono i mugnai e i massari, il resto della popolazione contadina si barcamenava tra la stentata sopravvivenza e la vera e propria fame.

Poco chiara è la posizione di “Josepho Tornato” con la sua famiglia di ben 7 “bocche”, che nonostante facesse il prestinaio dichiara di non avere in casa nulla da mangiare e quindi nulla da dichiarare al fisco. A difesa della sua onestà contributiva possiamo dire come anche il suo collega prestinaio di Villa San Fiorano (Francesco di Saxi) dichiara solo una misera quantità di segale. Tra gli artigiani si conferma la presenza di un “ferrero”(fabbro) e di un solo “oste”, mentre appaiono ben 2 “pescatori”. Il Lambro e le sue rogge davano da mangiare a ben due famiglie.

 

Riportiamo qui il contratto che legava il nostro mugnaio Bernardino De Dossi (presente nell’elenco del 1537) ai proprietari del mulino, famiglia Gallarani.
                             AFFITTO MULINO E BENI DEI GALLARANI A
                                             BERNARDINO DE DOSSI 1586

Si stipula patto e convenzione tra Giulio Gallarani ( e figli) e il sottoscritto Bernardino de Dossi per affitto semplice di un mulino e beni lavorativi, cioè vigna, ronchi,prati, campi e acque solite, che ora sono in fitto a Bernardino Galbiato come da convenzione del 1580.
I Sigg. Gallarani mi consegneranno vigna, ronchi, campi a S. Martino mentre il mulino e i prati alle calende di Gennaio del 1587. Questa convenzione durerà per 5 anni e dovrò pagare 500 lire imp. all’anno, metà alla calende di Agosto e metà a quelle di gennaio.
In più come “appendizi” dovrò pagare :
. un porco di 120 libre da consegnare alla casa dei Sigg. Gallarani a     Carugate ogni Natale. Se peserà di più la  differenza sarà scalata dal     fitto;
. 6 paia di capponi a San Martino;
. 2 paia di anitre e 10 pollastri grassi alla festa di S.ta  Marcellina;
. 12 uova di gallina a Pasqua di Resurrezione.

Si dovrà poi fare la “consegna” dei detti beni nei tempi previsti.
Io Bernardino dovrò poi sostenere tutte le spese da fare per il mulino tranne che per i ferramenti e i legnami grossi che restano a carico dei Sigg. Gallarani.
Io sono poi tenuto a dispensare il rudo (letame) su detti beni.
Se io Bernardino ritarderò di due mesi nel pagamento del fitto, i Sigg. Gallarani potranno estinguere la locazione. I Sigg. Gallarani  potranno poi piantare qualunque albero a loro piacimento su detti beni.
Non potrò subaffittare questi beni o loro parte senza l’assenso dei Sigg. Gallarani, anzi dovrò abitarli con la mia famiglia, pena la possibile fine della locazione.
I Sigg. Gallarani potranno poi fabbricare una camera sotto il portico del mulino dalla parte della roggia a loro uso. I Sigg. Gallarani sono tenuti alle riparazioni degli edifici tranne quanto sopra.

Si dovrà fare di questi patti “Istrumento” pubblico.

Sottoscrivono : Federico Gallarani, per il padre e fratelli                        Bernardino de Dossi                                         

                                                                  Testimoni :  Ercole Galli
                                                                                        Michele Cusano
                                                                                        Bartolomeo Ghilini                                                                                                                                                        

Da questi due elenchi “censuari” e da un loro confronto possiamo sviluppare alcune considerazioni più generali sulle condizioni di vita nella Santa del 1500.
Proviamo a confrontare tra i due Censi non solo il numero dei capifamiglia ma anche i loro nomi. Essendo i due elenchi distanziati di circa un solo decennio ci si sarebbe potuta aspettare una certa coincidenza nei nomi censiti. Così invece non è. I nomi ricorrenti nel censo del 1537 e che ritroviamo ancora presenti nel 1546 non sono più di una decina. Ammesso anche un  certo numero di errori dovuti alla inevitabile imprecisione con la quale si effettuavano i rilievi, resta il dato di una comunità caratterizzata da una forte mobilità in entrata ed uscita. I nostri antichi concittadini sembrano più che altro soggetti ad uno stato di forte precarietà, alla continua ricerca di una condizione di minima stabilità e sussistenza. E’ anche vero che la Santa (come del resto Villa San Fiorano) doveva d’altro lato rappresentare una terra dove poter cercare opportunità di lavoro e di vita. Questa mobilità era trasversale a tutte le figure socio-economiche presenti (massari, braccianti e molinari) e si trova qualche esempio anche di mobilità sociale. Ad esempio Gerardo de Grossi nel 1537 viene censito come “massaro” mentre nel 1546 scende allo stato di “bracciante”, mentre Francesco Tabuso fa un percorso inverso e da “bracciante” si troverà a poter dichiarare “50 pertiche su cui lavorare”.

Un’altra conferma di come la Santa fosse caratterizzata da forti movimenti migratori ci è data dai nomi stessi dei capifamiglia. Sono ancora molti i casi in cui le persone sono individuate dal loro luogo d’origine a dimostrazione che il loro arrivo alla Santa era ancora un fatto di recente memoria. E ad essere coinvolti non furono solo località prossime alla Santa (Vimercate, Merate, Concorezzo, Pioltello, Trezzo, Casate) ma in alcuni casi (dati i criteri del tempo) anche decisamente lontane (Oggiono, Legnano o dalla bergamasca Casnigo, Fontanella)(5). E’ facile capire come proprio da queste radici si confermeranno nel tempo tanti moderni cognomi tuttora ricorrenti.

Il Censo del 1546 ci offre anche uno spaccato sugli usi alimentari del tempo, attraverso i prodotti censiti presso le abitazioni dei residenti. Prevaleva decisamente un vitto a base di cereali, in particolare miglio, avena, segale, poco frumento e “mistura”. Quest’ultima era una miscela di cereali che serviva non solo come base per mangime ma anche per la produzione di pane di scarsa qualità. Si aggiungevano legumi vari ad integrare qualche proteina che ben difficilmente arrivava da piatti di carne. Pur non essendo citati nel censimento, possiamo pensare che a questi prodotti si aggiungevano qualche uova e certamente il vino, che anche se di ben scarsa qualità “rallegrava” quelle povere mense (6)

Se invece della qualità delle “blade” rinvenute consideriamo la loro distribuzione quantitativa tra le famiglie, abbiamo un’immediata percezione della stratificazione sociale del tempo. Sono le famiglie dei “massari” e dei “molinari” quelle che potevano dichiarare le “dispense” più fornite, rispetto sia ai “brazanti” che agli altri artigiani, per non parlare dei “poveri”. Ad esempio Baptista de Cazinigo massaro che lavora ben 300 pertiche di terreno può dichiarare 12 moggia tra mistura, miglio e legumi. Così anche al molinaro Beltramino Copa seglie trovato” ben 19 moggia di questi alimenti. Diverso il caso del brazante Mariolo da Merate che può contare solo su 1 moggio di miglio e 6 staia di legumi. Egualmente il pescatore Ambrosio de Rossi  che deve campare con solo 1 moggio di miglio e 1 di legumi.
A questa distribuzione delle risorse alimentari e delle professioni, corrispondeva con buona approssimazione anche la composizione dei nuclei famigliari. Il numero medio dei loro componenti è di 3,8, ma mentre nel caso dei brazanti e degli artigiani solo in due casi si supera questa misura, tra i massari e molinari  la composizione tende ad aumentare, potendo contare su condizioni di vita migliori e maggiori risorse economiche.

La nascita della Parrocchia di Santa Anastasia

In questo contesto generale, nella seconda metà del ‘500 per la nostra comunità si compie un fatto decisamente importante: nel 1578 su iniziativa del Cardinale di Milano Carlo Borromeo nasce la Parrocchia di Santa Anastasia.

Prima di entrare nel dettaglio della narrazione dell’evento, cerchiamo di dargli un minimo inquadramento nel contesto delle vicende religiose monzesi. Da secoli l’Arcipretura di Monza combatteva una propria  battaglia nei confronti della Diocesi milanese a difesa di una sempre affermata autonomia e indipendenza, spesso appoggiata dalla Curia romana. Monza si era configurata non come una semplice Pieve ambrosiana, rivendicando invece il titolo di “Curia di Monza”, segno di dignità e autonomia religiose che comunque all’alba del XVI secolo si stavano decisamente attenuando.

Tela del '600, tuttora in Santa Anastasia, che riproduce la cerimonia di istituzione della parrocchia, con San Carlo che consegna l'atto al console Antonio Galbiati. Chiaramente la rappresentazione non è veritiera, essendosi svolto l'avvenimento nella cappelletta di San Rocco.

Il Cardinale Borromeo, allora in capo all’arcidiocesi milanese, si mosse con  decisione nel chiaro intento di ridimensionare il ruolo e i privilegi della curia monzese. Tra l’altro decise quindi di istituire nel giro di pochi anni ben 5 nuove parrocchie (Santa Anastasia, S.Bartolomeo a Brugherio, S. Rocco alla Cassina Bovari, S.Gerardo e S. Biagio a Monza) sottraendole alla competenza della basilica monzese di San Giovanni. Negli anni intorno al 1578 il Borromeo compì frequenti visite nel monzese e nel 1578 fu per ben 5 volte alla Santa, a testimonianza dell’importanza che il Cardinale assegnava alla nascita di queste nuove parrocchie, nel suo intento di normalizzare la situazione monzese. La nascita formale della parrocchia è sancita da un atto notarile rogato il 28 Giugno 1578 riportante l’esito dell’assemblea del 22 Giugno alla presenza del Cardinale e dei rappresentanti del luogo della Santa, con in testa il console Antonio Galbiati. Alla cerimonia parteciparono ben 46 capifamiglia che però rappresentavano i 2/3 di quelli aventi diritto. E gli altri?

Un primo aspetto: i partecipanti.

La cappella di San Rocco, dove si svolse la cerimonia di istituzione della parrocchia.

Il cardinale aveva deciso di porre sotto la dipendenza della nuova parrocchia di Santa Anastasia non solo località i cui fedeli tradizionalmente frequentavano questa chiesa (la Santa, san Fiorano, S.Alessandro, la Villa, i Mulini Asciutti, altri due mulini sulla Gallarana) ma anche siti e territori prima non dipendenti ecclesiasticamente dalla stessa. Si trattava per lo più di cascine e località a sud della Santa che si rivolgevano a chiese già nel perimetro cittadino monzese: la cascina S.Bernardo, la cascina Villola, i mulini di val Negra (vicini alle Grazie) ed altre cascine ancora più a ridosso del borgo di Monza. Questa scelta nasceva anche dalla necessità di garantire al nuovo parroco di Santa Anastasia il previsto reddito di 200 lire annue che dovevano esser versate dai parrocchiani (che raggiungevano le 400 anime, di cui solo 300 facevano capo a la Santa e Villa S.Fiorano).
Gli abitanti di queste località “monzesi” però sembra non fossero proprio d’accordo con questa decisione e molto probabilmente proprio per questo non parteciparono all’assemblea.

Decisero anzi di presentare pochi giorni dopo una petizione in cui rivolgevano al Borromeo la richiesta di rimanere per comodità “logistica” e per tradizione di culto con la precedente parrocchia (per lo più San Gerardo). Denunciavano il pericolo che “molti filioli siano morti senza batesimo” per la difficoltà di arrivare alla Santa se non prima passando da Monza e di trovare il curato in casa. Ma a quanto sembra la loro supplica (per lo meno nell’immediato) non trovò ascolto presso il Cardinale, che ben intenzionato a ridimensionare la curia monzese, attribuì anzi alla parrocchia di S.Anastasia anche la prebenda dell’importante chiesa monzese di san Michele (una volta in P.za San Paolo e demolita nel 1922).
Restarono comunque dei problemi, se si dovette supplicare addirittura Filippo III di Spagna perché  intervenisse per esigere da tutti i parrocchiani quanto dovuto al parroco della Santa. Nel 1599 l’Imperatore emanò un rescritto con il quale si ordinava al Capitano di Monza di nominare un giudice per riscuotere dai debitori (probabilmente concentrati tra le famiglie aggregate contro il loro volere),  quanto dovuto al parroco di Santa Anastasia.

Una seconda particolarità: il luogo dove si svolse la cerimonia.
Ci si sarebbe aspettati che il tutto si svolgesse nella costituenda chiesa parrocchiale. Invece si decise di celebrare l’evento presso la piccola cappella di San Rocco (nell’attuale via Mazzini). Questo oratorio, oltre che essere di ben ridotte dimensioni (circa 7/8 metri quadrati), a quella data versava in condizioni decisamente cadenti e precarie. Ce lo dice quanto riportato dagli atti della visita dello stesso Borromeo sempre nel Giugno 1578 : “Capella est quasi destructa sine dote. Fuit edificata tempore pestis anni 1574 prout vicini asserunt” (La Cappella è quasi distrutta e senza dotazioni. Fu edificata al tempo della peste del 1574, come dicono gli abitanti). La data di erezione dedotta dalle fonti dirette popolari sembra proprio fasulla. Ben difficilmente in soli 4 anni si sarebbe potuta ridurre in quello stato di abbandono. Di sicuro si presentava come un luogo ben poco adatto ed accogliente rispetto soprattutto alle dimensioni e allo stato di buon funzionamento della Santa Anastasia. Come mai questa scelta?
Una motivazione si può forse ricondurre all’uso che veniva fatto dello spazio antistante la Cappella (attuale p.zza Daelli) come luogo di riunione dei cittadini del posto, richiamati dal suono delle campane. In effetti la cerimonia si dovette svolgere praticamente all’aperto potendo, caso mai, il san Rocco accogliere solo il Cardinale e una o due persone.
Lo storico O.Zastrow ci da anche una motivazione più politica. L’intenzione cioè del Cardinale di non caricare questa cerimonia di particolare enfasi per smorzare le asprezze del contrasto con la curia monzese.
Quali che fossero comunque le motivazioni, il 22 giugno del 1578 quarantasei capifamiglia debitamente elencati, e non solo della Santa, si radunano di fronte alla cappella di San Rocco e ricevono dal Cardinale nelle mani del loro console Antonio Galbiati (costui sì della Santa) l’atto di costituzione della parrocchia.

La pianta della chiesa di S.Anastasia intorno al 1578. L’edificio aveva una lunghezza di circa m.20 e m.7 di larghezza. Da notare come il campanile fosse interno al perimetro della chiesa (Da “La Chiesa di S.Anastasia a
Villasanta” di O.Zastrow)

Vale la pena annotare che anche rispetto a quest’ultimo elenco di capifamiglia, confrontandolo con l’ultimo prima esposto del 1546 (e questo sia per la Santa che per Villa San Fiorano), riusciamo ad individuare solo 14 nominativi ricorrenti nei tre elenchi, pur essendo questi distanziati solo di una trentina di anni. Si confermano le considerazioni sopra esposte in merito alla forte mobilità demografica nella realtà del tempo.
Ad ulteriore conferma della “dinamicità” della nostra comunità possiamo anche citare la ricerca condotta da O.Zastrow (opera citata) sui registri dei battesimi nella Santa Anastasia tra il 1570 e il 1578. Il centinaio di atti considerati contengono una estrema varietà di cognomi, tanti dei quali ancora individuati con il nome proprio ed il luogo di provenienza. Bisognerà aspettare la seconda metà del ‘700 per assistere ad un progressivo attenuarsi di questa tumultuosa mobilità nella composizione degli abitanti di questo contado.

La nascita della parrocchia di Santa Anastasia rappresentò dunque un momento decisivo non solo nelle vicende ecclesiastiche della nostra chiesa ma nella storia della stessa Villasanta. Ricordiamo come le parrocchie svolgessero allora anche un importante ruolo di amministrazione civica. Dopo secoli di dipendenza dalla Curia monzese, si costituì infatti un ambito istituzionale autonomo, la parrocchia, sotto il quale per la prima volta si riunificarono e si riconobbero tutti quei siti, luoghi e cittadini che daranno vita dopo secoli all’odierna Villasanta.

La peste del 1576/77

Giovan Battista Crespi "S. Carlo visita gli appestati" Milano 1600
(Il Santo viene rappresentato sulla sua mula bianca che utilizzava nelle sue continue visite agli infermi)

Va comunque ricordato che nel 1578 si era appena usciti dalla terribile prova della “peste di San Carlo” del 1576/77, così chiamata per il ruolo significativo che svolse il Borromeo nel contrastarla. L’epidemia scoppiata a Milano nei primi mesi del 1576,  si diffuse velocemente in tutto il contado, colpendo Monza in modo significativo (7). I morti vennero stimati in più di 2000. La comparsa ufficiale del morbo a Monza si può fissare al 4 Agosto del 1576. I primi casi vennero individuati a San Biagio, che allora era fuori della cerchia muraria (definito “agreste caseggiato”). Tutto il quartiere venne recintato, fu chiusa la porta d’ingresso alla città  e a tutti gli abitanti fu imposto l’obbligo di chiudersi nelle case, per lo più murate e controllate dai “campari”. Questi drastici provvedimenti non impedirono però che in breve il contagio si diffondesse in tutta la città e nei suoi dintorni. La situazione era disperata. Lo Zerbi così la descrive: “ Tutti i cittadini chiusi nelle case aspettavano gli scarsi soccorsi che loro inviavansi a mezzo di ceste calate dalle finestre, come le grida prescrivevano. Sospesi tutti i lavori la fame aggiungevasi alla moria….” (opera citata). Il 1° Novembre l’Officio di Sanità di Monza ordinò ai rappresentanti civici della Santa di far costruire, a spese degli abitanti, le “capanne” per gli infetti e di impedire che questi vi si allontanassero (previa multa di 500 scudi d’oro) o addirittura si recassero in quel di Monza (previa pena di morte). Egualmente veniva proibito agli infetti del confinante comune di Costa Taverna di recarsi alla Santa, autorizzando chiunque li avesse incontrati ad ammazzarli, in totale impunità.
Chi, per un qualunque motivo, poteva comunque circolare, si doveva dotare di un bastoncino bianco di almeno 4 braccia (circa 2 metri), da utilizzare come “distanziatore” anticontagio.

Affresco nella chiesa di S.Maria nascente di Busto A. Particolare delle capanne del lazzaretto.(Da notare come, mentre il sacerdote si avvicina all’infetto per prestargli i sacramenti, l’inserviente per la distribuzione del cibo, si tiene a debita distanza, utilizzando un lungo bastone)

 Le “capanne” erano i ripari appositamente eretti in zone defilate e cintate per ospitare e “assistere” i contagiati. C’erano quelle “pubbliche”, gestite dall’Officio di sanità, e quelle “private”. Ad alcuni cittadini, chiaramente benestanti, fu infatti permesso in presenza di contagio di evitare di essere rinchiusi nelle loro case e di rifugiarsi invece fuori città, presso loro beni in campagna o in “capanne” a loro uso esclusivo. E’ quindi probabile che qualche “ricco monzese” colpito dal morbo si trasferì nelle campagne limitrofe come ad esempio fu concesso alla famiglia Panzulio, che sappiamo avere beni alla Santa.

I “campari” erano invece le persone incaricate della sorveglianza dei contagiati reclusi nelle capanne o nelle loro case (in questo caso pagati dagli stessi abitanti). Dovevano farsi riconoscere grazie ad un “quarto di foglio di carta bianca” collocato sul cappello. Questi personaggi si resero comunque responsabili di continui abusi, corruzioni ed estorsioni, fino anche ad alcuni casi di stupro, puniti con la pena di morte.

Per la Santa non sappiamo dove furono dislocate le capanne, né se, come a Monza, i tanti morti non vennero più sepolti nelle chiese ma in cimiteri fuori delle mura o in siti periferici. Possiamo ipotizzare che si utilizzassero a tal fine i terreni circostanti la Cappella di San Rocco (vedi nascita della Parrocchia), tra i Santi più invocati contro il contagio della peste.
Dopo questa tragica serie di morti e sofferenze il contagio a Monza si dichiarò debellato il 20 luglio del 1577.

 

NOTE

(1) I Consoli erano per lo più uomini incolti che, incapaci di leggere e scrivere, delegavano ad altri la firma di atti e dichiarazioni, ma che, esperti conoscitori dei problemi locali, sapevano ben valutare gli oneri che gravano sulla comunità. Venivano nominati per l’ordinaria gestione della vita quotidiana, generalmente “a pubblico incanto”, secondo il consueto criterio che affidava l’incarico a colui che si sarebbe impegnato al minor costo. Ricevevano una modestissima remunerazione per svolgere compiti di polizia locale quali, ad esempio, presenziare agli arresti, alle confische di beni ed in particolare, sporgere le denunce per i reati che venivano commessi nei territori del rispettivo comune. Tali denunce dovevano essere presentate al “maior magistratus”, nelle cui mani il console era tenuto, ogni anno, a prestare giuramento (nel nostro caso Milano). Presso la “banca criminale” del magistrato competente, a cui per l’occasione la comunità corrispondeva ogni anno una modesta somma, il console prometteva di impegnarsi a svolgere le proprie mansioni con diligenza e scrupolo.

(2) Vedi articolo “Villasanta terra di acqua – parte II: i mulini e i campari”

(3) Una pertica (composta di 24 tavole) corrispondeva a mq.654,5179

(4)Il “moggio” (plurale “moggia”), un’antica misura di capacità, era diviso in 8 staia e corrispondeva a litri 146,25. I “leme” erano invece i legumi.

(5)La zona montana della bergamasca era ad esempio zona di forte emigrazione. Lo scrittore del 1500 M.Bandello nelle sue “Novelle” così descrive questi migranti bergamaschi : ”provenienti da un territorio aspro e orrido, cercano di mantenersi con industria e sottigliezza d’ingegno e per venire all’intento loro, sopportano mille ingiurie: … se ne vanno qua e là per il mondo, guadagnando con sudore e fatica grandissima ciò che ponno e risparmiando più che sia possibile nel vestire e mangiare, quando mangiano a spese loro, che se sono in casa d’altri divorano come dei lupi”

(6) Vedi articolo “Villasanta terra di vino”

(7) Vedi anche l’articolo della serie “Accadeva a Villasanta” : “La peste del 1576”

 

BIBLIOGRAFIA

  • “La chiesa di S.Anastasia a Villasanta: dalle origini remote ai tempi odierni” = O.Zastrow – Parrocchia di Santa Anastasia 2004
  • “Le istituzioni storiche del territorio lombardo – sec.IVX – XIX” = a cura di  Giorgio Sassi, Katia Visconti – Regione Lombardia- Direzione generale cultura – 2000
  • “La peste di San Carlo a Monza” = Luigi Zerbi – da “Archivio storico lombardo”, anno XVIII, n°1, 1891
  • “L’Officio della sanità di Monza durante la peste del 1576/7 = Capasso – Giornale soc. storica lombarda -1906 giu, Serie 4, Volume 5, Fasc.10
    Emigrare nel Medioevo. Aspetti economico-sociali della mobilità geografica nei secoli XI-XVI”= R. Comba in Strutture famigliari, Epidemie, Migrazioni nell’Italia medioevale – E.S.I 1984
  • “Monza terra separata” E.Rovida  – Ecig – 1992